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SCUOLA/ Ungaretti può "liberare" da Orwell i nostri studenti?

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George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)  George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)

Tali parole presentano una grammatica estremamente regolare, con un solo tipo di desinenza e rare eccezioni, e una pronuncia facile (“Una parola difficile a pronunciarsi o che poteva facilmente prestarsi a essere recepita dall’orecchio in maniera imprecisa, era considerata per ciò stesso una parola cattiva: per questioni di eufonia, quindi, si inserivano alcune lettere in questa o quella parola, oppure si preferiva conservare la forma arcaica”). 

Il lessico B è invece formato da “parole costruite appositamente per scopi politici; da parole, cioè, che non solo avevano sempre e comunque una implicazione politica, ma tendevano a imporre a chi le usava l’atteggiamento mentale che si desiderava. (…) Le parole del lessico B erano una specie di stenografia verbale che comprimeva in poche sillabe tutta una serie di significati, al tempo stesso più precisa ed efficace di qualsiasi linguaggio ordinario”. Il lessico A è sommamente analitico, il B è estremamente sintetico. La costituzione di quest’ultimo lessico porta a una conseguenza paradossale: “In numero necessariamente esiguo, queste parole avevano ampliato sempre più la gamma dei loro significati, fino ad assorbire gruppi interi di parole le quali, visto che potevano essere rese in maniera sufficiente da un solo termine che le comprendeva tutte, potevano essere ora cancellate e dimenticate”. E quali sono queste parole? Onore, giustizia, morale, internazionalismo, democrazia, scienza, religione – niente di meno che queste! In tale processo “ogni riduzione era considerata un successo perché, più si riducevano le possibilità di scelta, minori erano le tentazioni di mettersi a pensare. La speranza era di riuscire infine a far fluire il discorso articolato direttamente dalla laringe, senza alcuna implicazione dei centri cerebrali superiori”. 

Di entrambi i lessici, Orwell precisa che essi “non erano costruiti in omaggio ad alcun principio etimologico”. L’etimologia è la storia di una parola, che porta con sé un’origine, uno sviluppo e un significato presente; è la scoperta che la superficie ha una sua profondità, come un pozzo che contiene acqua fresca. Come quando ci viene spiegato che “compagno” significa letteralmente “chi mangia lo stesso pane” (da cum e panis); o che “virtù” non è un concetto etereo ma deriva da vir, l’uomo forte, e che perciò indica innanzitutto un atteggiamento combattivo e incrollabile. Sono tutti elementi che, poco alla volta, spalancano finestre sul mondo. Al contrario la lingua orwelliana include parole senza storia, che non veicolano altro se non la loro accezione momentanea. 

La conclusione grottesca alla quale si arriva è che, disponendo di una siffatta neolingua, è impossibile tradurre in essa pressoché qualsiasi testo di un’epoca precedente. Sarebbe ad esempio risultato semplicemente incomprensibile il celebre passo delle Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, che recita: “Noi riteniamo che queste verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini siano stati creati uguali e che il Creatore li abbia forniti di determinati Diritti inalienabili: fra questi, la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità (…)”. 



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