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SCUOLA/ Ungaretti può "liberare" da Orwell i nostri studenti?

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George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)  George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)

Commenta Orwell: “Sarebbe stato impossibile tradurre tutto ciò in neolingua conservando allo stesso tempo il senso dell’originale. Se si provasse a farlo, con ogni probabilità l’intero passo sarebbe fagocitato dalla parola psicocrimine. L’unica traduzione possibile sarebbe stata di natura ideologica: le parole di Jefferson, pertanto, verrebbero trasformate in un panegirico del governo assoluto”. La neolingua è così il perfetto strumento di dominio delle coscienze che il potere centrale (il Grande Fratello) ha costruito; non è infatti possibile formulare alcuna affermazione che si opponga al suo governo, poiché essa “non avrebbe potuto ricevere il supporto di una qualsiasi argomentazione, perché mancavano le parole per sostenerla”.

Non so che cosa suscitano in chi legge queste osservazioni, ma a me fanno venire la pelle d’oca, e allo stesso tempo mi infondono sicurezza. Da un lato, infatti, Orwell fotografa la condizione di noi oggi – giovani e adulti, dentro e fuori dalla scuola; un insegnante potrebbe documentare con mille esempi (di grammatica, lessico, ortografia, letteratura, interrogazioni…) quel che il nostro scrittore ha visto lucidamente sessant’anni fa – e, per questo, è un genio. Ma anche chi non lavora nel campo dell’insegnamento sa bene quanto sia facile non ragionare e non far ragionare, usando le parole a caso oppure in maniera ideologica: da certa politica al posto di lavoro, alle situazioni di vita privata. E questa considerazione mi dà sicurezza, ovvero la certezza che custodire le parole e comunicarle – proprio nella nostra epoca – non è tempo sprecato, trastullo improduttivo per nostalgici del passato; al contrario: c’è bisogno, a tutti i livelli della società, di persone che sappiano dare il nome alle cose, e farlo intendere ad altri, cioè insegnarlo, esattamente per poter prendere davvero contatto con la realtà.

Una conferma autorevole di quanto affermato proviene da un discorso di Benedetto XVI, pronunciato il 6 ottobre 2008: “Umanamente parlando, la parola, la nostra parola umana, è quasi un niente nella realtà, un alito. Appena pronunciata, scompare. Sembra essere niente. Ma già la parola umana ha una forza incredibile. Sono le parole che creano poi la storia, sono le parole che danno forma ai pensieri, i pensieri dai quali viene la parola. È la parola che forma la storia, la realtà”. È qui racchiusa semplicemente la dinamica della nostra interazione con la realtà: dai pensieri discendono parole, le quali fortificano i pensieri (è il concetto greco di logos); e grazie alla loro unione è possibile intervenire nella storia, compiere un’azione operosa dentro la realtà.

Ben vengano allora le poesie di Ungaretti: forse i miei studenti non ne comprenderanno il valore poetico e umano, forse addirittura si annoieranno, ma in ogni caso la posta in gioco è troppo preziosa per non tentare l’impresa. 



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