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SCUOLA/ Ungaretti può "liberare" da Orwell i nostri studenti?

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George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)  George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)

Nelle prossime settimane avrò l’opportunità di leggere con una classe di liceo alcune poesie di Giuseppe Ungaretti. Il compito mi affascina, perché trovo i suoi testi potenti, soprattutto per l’incisività delle parole, essenziali, profonde. Pensando alla difficoltà che non pochi miei studenti troveranno nel comprendere e – mi auguro – nell’apprezzare il nostro autore, mi domando: “Che senso ha far leggere testi così oggi, nel 2013? Qual è il contributo disciplinare specifico che una materia come l’italiano può apportare?”. Ho inoltre ben presente i numerosi ostacoli che i ragazzi incontrano nell’apprendimento della lingua italiana, a tutti i livelli; perciò, ampliando la questione, non posso non chiedermi: “Perché è importante saper parlare e scrivere bene?”. Non sarà forse un vano puntiglio da insegnante?

A questo proposito mi è tornata alla mente la lezione magistrale che dà George Orwell a coronamento del suo capolavoro, il romanzo 1984 (pubblicato nel 1949). L’autore postpone alla narrazione una breve appendice, dal titolo I princìpi della neolingua, nella quale riflette sulla lingua che egli immagina sia usata dai suoi personaggi. “Fine della neolingua non era solo quello di fornire (…) un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero”. Le parole sono pertanto uno strumento che plasma il nostro modo di pensare, cioè la capacità di accorgerci del mondo e di emettere giudizi. Orwell avverte subito dell’estrema importanza di una conoscenza piena della lingua: “Tanto per fare un esempio, in neolingua esisteva ancora la parola libero, ma era lecito impiegarla solo in affermazioni del tipo “Questo cane è libero da pulci”; o “Questo campo è libero da erbacce”. Non poteva invece essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero”, dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più neanche come concetto e mancava pertanto una parola che la definisse”. Mi interessa ora delineare quale legame riconosce Orwell tra la lingua e il pensiero.

La nuova lingua si articola in tre sottogruppi, rispettivamente il lessico A, B e C. Del lessico C basti dire che “costituiva una specie di supplemento ed era formato quasi per intero da termini scientifici e tecnici”. Quanto invece ai lessici A e B, essi sono complementari e perseguono il medesimo fine con mezzi opposti. Il lessico A comprende le parole utili alla vita di tutti i giorni, conosciute e assai ridotte di numero; sono i termini necessari per indicare i soli oggetti materiali e le azioni fisiche (come correre, cane, colpire, albero, zucchero, casa, campo). Questa parole “erano state private di ogni ambiguità e di ogni sfumatura di senso. (…) Sarebbe stato del tutto impossibile usare il lessico A a fini letterari o politici o per disquisizioni a carattere filosofico”. 



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