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SCUOLA/ La cultura di destra legittimata a sinistra: il '68-pensiero e il post-umanesimo

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Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)  Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)

In tal modo le varie componenti del  68 pensiero si ritrovano, pur nella loro diversità, in un punto comune: la decostruzione-dissoluzione della tradizione umanistica. Rispetto alla posizione illuministica, per la quale il Medioevo rappresenta la centralità di Dio e il Moderno la centralità dell’uomo, il passo ulteriore è dato dalla negazione dell’uomo. Non è solo l’uomo che prende il posto di Dio, come vuole l’illuminismo, anch’egli va spodestato dalla sua centralità, l’uomo che porta gli attributi del  Dio perduto. Come scrive Michel Foucault, al termine de Le parole e le cose (Rizzoli 1967), «L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima». Egli/esso è destinato a scomparire «come sull’orlo del mare un volto di sabbia».

La cosa interessante è che tale prospettiva, nella sua opera di radicale decostruzione, reincontrava, direttamente o indirettamente, gli autori della destra culturale europea. Riscopriva, in qualche modo, l’attualità della prospettiva delineata ne Il tramonto dell’Occidente di Osvald Spengler, un’opera scritta dopo la prima guerra mondiale nella quale il relativismo delle culture si sposava ad una lettura postumanistica, postilluministica, postcristiana. Spengler era tedesco così come tedeschi sono i “maestri del sospetto”, che stanno al centro del 68 pensiero: Marx, Nietzsche, Freud (che è austriaco), Heidegger. 

Di questi quattro autori, due, Nietzsche e Heidegger, risultano implicati, a titolo diverso, nel nazionalsocialismo. Nietzsche come antesignano, nonostante i tentativi di esonerarlo da ogni possibile responsabilità futura, da parte della Gauche, mentre Heidegger risulta direttamente coinvolto nel regime nazista. Con ciò siamo dinanzi a un singolare paradosso: la sconfitta politica della Germania nazista, è stata soppiantata dalla sua vittoria culturale. Hanno vinto gli autori che furono profeti o complici del nazismo. Il ’68 ha riattualizzato la cultura tedesca che era stata sconfitta con la seconda guerra mondiale. Nei quindici anni dopo la guerra Nietzsche ed Heidegger avevano perso l’influenza esercitata in precedenza. A partire dagli anni 60 l’intellighenzia francese, egemone in quel momento nello scenario culturale mondiale, li ripropone sotto una nuova luce, quella della critica dei valori propri della metafisica occidentale, indicandoli come alleati nella dissoluzione del mondo cristiano-borghese. 

In questa operazione si incontrano con una parte dell’intellighenzia tedesca dell’emigrazione. Lo denuncia, a suo modo, uno studio molto interessante di Allan Bloom, La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea (Lindau 2009), in cui l’autore analizza l’influenza esercitata sulla cultura americana dagli intellettuali tedeschi fuoriusciti dalla Germania nazista. Intellettuali non nazisti che, però, subivano il fascino dell’opera di Nietzsche e di Heidegger. Ad essi va aggiunta la scuola francese degli intellettuali post-esistenzialisti degli anni 60, i Foucault, Deleuze, Derrida, i quali, come bene ha ricostruito François Cusset nel suo French Theory. Foucault, Derrida, Deleuze & Co. All’assalto dell’America (Il Saggiatore 2012), sono divenuti negli Usa, a  partire dalla fine degli anni 60, il punto di riferimento per la decostruzione del modello delle discipline umanistiche nel contesto universitario. Un attacco frontale condotto a partire dalla sintesi tra Marx-Nietzsche-Heidegger.



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