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SCUOLA/ La cultura di destra legittimata a sinistra: il '68-pensiero e il post-umanesimo

Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio) Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)

La cultura della destra europea otteneva così, grazie alla Francia e al fascino esercitato dagli intellettuali francesi in America, una nuova legittimazione dopo il silenzio degli anni post-bellici.  Essa diviene un ingrediente, fondamentale, della scuola dei “maestri del sospetto” la quale, con l’eccezione di Marx, e molto meno di Freud (per il sottofondo nietzscheano del suo pensiero), è una cultura di destra, una cultura irrazionalista e vitalista che oppone l’immaginazione alla ragione: il logos, la scienza, la ratio, la cultura appaiono come forme di dominio dell’imperialismo europeo. Dietro questa critica c’è un irrazionalismo puro. L’opera di Lukács, La distruzione della ragione (Einaudi 1974), con tutti i limiti di un marxista dogmatico e stalinista, coglie bene il nesso tra le correnti di destra e le critiche alla ragione. 

Se ciò è esatto non sorprende allora la singolare “eterogenesi dei fini” per cui la cultura della contestazione, come distruzione della ragione, porta alla vittoria del filone di destra della cultura europea del Novecento. L’“immaginazione al potere” post-sessantottina, nella sua battaglia contro il logos, il soggetto, la tradizione umanistica, porta, come esito, ad una cultura di destra legittimata a sinistra. Si tratta di una dissimulazione che ha confuso, intorbidato, mescolato le carte. Chi poteva, infatti, operare questa “purificazione”? Non la Germania sconfitta, ma la Francia, potenza uscita, almeno apparentemente, vittoriosa dalla guerra. I tedeschi non potevano farlo, ma i francesi vincitori avevano le carte in regola. Così Nietzsche, l’autore per eccellenza della destra radicale tedesca, diventa l’autore di culto il cui successo perviene sino a noi. La sinistra intellettuale parigina lo ha ripulito, separando la sua opera dal nazismo, negando che Nietzsche avesse mai avuto l’intenzione di pubblicare un’opera dal titolo La volontà di potenza, uscita postuma solo grazie al lavoro redazionale della sorella Elizabeth Forster. 

Nietzsche viene celebrato, nel 68 pensiero, come cantore di Dioniso, della volontà di vita priva di ogni logos, del vitalismo puro, del libertinismo sovvertitore di ogni norma. È il Nietzsche dionisiaco de Il soggetto e la maschera (Bompiani 1974) di Gianni Vattimo. Vattimo celebra Nietzsche come il liberatore dalle convenzioni, un Nietzsche di sinistra, salvo ricordare, nell’ultimo capitolo del suo volume, che Nietzsche è anche l’autore dei frammenti della Volontà di potenza, un epilogo non felice ma, secondo il suo interprete, non essenziale per comprendere il pensatore tedesco. Insomma il Nietzsche che apre al nazismo non è rilevante. Ciò che importa è il Nietzsche libertino, gaudente, gioioso, pronto ad essere utilizzato per distruggere la vecchia morale giudaico-cristiana, immaginata come repressiva e reazionaria.

Qual è il punto d’incontro, occorre chiedersi, tra Marx e Nietzsche, tra la sinistra radicale e la destra radicale, che il pensiero francese celebra? Nel superamento della tradizione umanistico-cristiana. Per il Marx delle Tesi su Feuerbach non si può più parlare più di un uomo eterno. Il materialismo storico asserisce che non vi è più un uomo ideale che permane identico nel tempo, l’uomo è il prodotto della situazione storico-sociale ed economica. Marx viene, così, inserito nell’orizzonte dell’antiumanesimo. La Francia intellettuale contribuisce a questo  miscelando i contrari, come già era accaduto nel surrealismo di André Breton con la coppia Marx-Nietzsche, e aggiungendo, nella lotta contro l’umanesimo, il contributo dello strutturalismo. Abbiamo così, da un lato, la scuola dei “maestri del sospetto”, e dall’altro, la scuola strutturalista.