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SCUOLA/ La cultura di destra legittimata a sinistra: il '68-pensiero e il post-umanesimo

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Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)  Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)

La crisi etica ed ideale che segna l’Occidente nel corso degli ultimi 40 anni non è casuale. È, come ho tentato di mostrare nel mio volume Il soggetto assente. Educazione e scuola tra memoria e nichilismo (Itaca, 2005), il frutto della decomposizione del modello umanistico che ha guidato la ricostruzione in Europa e in America dopo la seconda guerra mondiale. Una tradizione classico-cristiano-moderna che tendeva a unire questi tre momenti e non a separarli; tesa a valorizzare il meglio della tradizione umanistica europea contro la barbarie dei totalitarismi sperimentati nella tragedia bellica. 

Questo modello comincia a decomporsi negli anni 60, quando una sorta di neopositivismo scientista s’impone nella cultura europea e anche in quella italiana. Il risultato è la dissociazione del rapporto tra umanesimo classico-cristiano ed illuminismo. Dopo la guerra anche la cultura laica sapeva che il contributo cristiano risultava fondamentale per il rispetto della persona, dei diritti, della libertà. Questa consapevolezza aveva portato all’incontro tra cultura laica e cultura religiosa. Un rapporto destinato ad incrinarsi con l’emergere di un “nuovo” illuminismo positivista, agli inizi degli anni 60, e con il movimento della contestazione, poi, durante gli anni 70. Del ’68 si possono dare molte interpretazioni anche se in genere ci si ferma agli aspetti più esteriori della contestazione giovanile e del maggio parigino. In realtà il ’68 è stato un grande movimento, culturale ed anticulturale ad un tempo. 

Due filosofi francesi, Luc Ferry e Alain Renaut, in uno studio dal titolo Il 68 pensiero. Saggio sull’antiumanesimo contemporaneo (Rizzoli, 1987), hanno colto molto bene la vis critica del ’68, la sua intenzione di distruggere e decostruire la concezione umanistica europea. Tutte le principali correnti culturali che hanno mobilitato il Sessantotto intellettuale convergono nella distruzione, raffinata e apocalittica ad un tempo, della grande tradizione umanistica, dai Greci, passando per il cristianesimo e la modernità. 

La gioiosa macchina da guerra del 68 pensiero univa autori tra di loro incomponibili, i “maestri del sospetto”: Marx, Nietzsche, Freud, Heidegger. Maestri del sospetto perché il loro pensiero, radicalizzando il dubbio cartesiano che si limitava a dissolvere le certezze della conoscenza riguardo al mondo esterno, coinvolgeva ora lo stesso cogito che dubita. Il pensiero moderno, con Cartesio,  non era sufficientemente radicale. Esso non dubita della coscienza che dubita, non dubita del soggetto che sta dubitando. Il nuovo dubbio degli intellettuali  contestatori, più radicale di quello cartesiano, porta ad un depotenziamento della soggettività, ad uno spossessamento del soggetto che viene detronizzato della sua centralità, ricondotto a risultato di forze e di potenze che lo precedono e lo determinano. 

La pretesa dell’Europa che l’uomo sia il fondamento della conoscenza e della libertà viene criticata, dalle ideologie degli anni 70, come una pretesa imperialista. Non esiste il soggetto, esistono le forze (le leggi economiche, le strutture,  l’eros, la volontà di potenza , gli istinti primordiali della natura) le quali sono i veri moventi. Noi siamo enti passivi mossi da altro, da delle forze oscure. L’idea di uomo come soggetto diviene una creazione cristiano-moderna, un prodotto culturale ed ideologico del primato europeo nel mondo che deve essere criticato ed abbandonato. 



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