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SCUOLA/ La cultura di destra legittimata a sinistra: il '68-pensiero e il post-umanesimo

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Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)  Martin Heidegger (1889-1976) (Immagine d'archivio)

Quest’ultima, che all’inizio degli anni 60 prende il posto dell’esistenzialismo, afferma che non esiste il soggetto umano, libero, responsabile, razionale. Esistono soltanto le strutture: economiche, antropologiche, sociali, psicologiche. Lo strutturalismo nega la soggettività, nega la categoria di avvenimento: non ci sono eventi, singolari ed irripetibili, ma solo la durata di strutture impersonali che guidano la storia. Il vero soggetto è la struttura. Come afferma Gilles Deleuze, uno dei maestri dello strutturalismo francese, in un suo saggio del 1973: «lo strutturalismo non è separabile da un nuovo materialismo, da un nuovo ateismo, da un nuovo antiumanesimo». Lo strutturalismo diventa nella Francia degli anni 70 la koinè, il metodo che permea tutte le discipline: l’antropologia con Claude Lévi-Strauss, la psicoanalisi con Jacques Lacan, la linguistica con Roman Jakobson, l’analisi filosofica e sociologica con Michel Foucault, il marxismo con Luis Althusser,  la narrativa con Roland Barthes. 

Una delle conseguenze, tra le più significative, di questa tendenza è la scomparsa della dimensione narrativa. La scrittura non può più esprimere gli attributi interiori del soggetto, ma solo la sua assenza. Nel venir meno della dimensione esistenziale viene meno anche, come genere narrativo, il romanzo,di cui si teorizza la fine. Il romanzo, la grande invenzione della modernità da Cervantes in avanti, che ruota intorno all’io e al soggetto, scompare: la narrazione è la narrazione di una vita, d’una interiorità, non è possibile descrivere un uomo senza interiorità. La fine del romanzo significa anche la fine della storia, della storia narrata, determinata da personaggi reali, da eventi unici. Ciò che scompare è l’opera come manifestazione di una “esistenza”. Nei  manuali di letteratura, così come in quelli di storia, scritti con un metodo strutturalista scompaiono gli autori. Nel campo letterario restano le opere, le quali assumono una assolutezza autoreferenziale che ruota attorno al paradigma linguistico: è la struttura del linguaggio che conta, la psicologia e l’esistenza dell’autore non hanno alcun riverbero.

Tutto ciò ha una ricaduta, evidente, sul piano pedagogico. Lo strutturalismo, al pari del decostruzionismo, abolendo la dimensione del “soggetto” crea una distanza infinita tra il testo ed il lettore. Lo studente non ha più la possibilità di incontrare, nell’oggetto studiato, un fattore di corrispondenza con la sua dimensione esistenziale. L’oggetto dello studio, scarnificato e spersonalizzato, giace dinnanzi a lui come lo scheletro di un animale fossile, museizzato, isolato ed astratto sia dalla vita che dalla storia. Come ha scritto recentemente Tzvetan Todorov, uno dei protagonisti della stagione strutturalista in Francia, tutto ciò porta a La letteratura in pericolo (Garzanti 2008). Per l’autore l’egemonia del metodo strutturalista nei licei e nelle facoltà umanistiche in Francia è la causa prima della disaffezione dei giovani dalla letteratura. «In altri termini, l’opera letteraria viene ormai rappresentata come un oggetto linguistico chiuso, autosufficiente, assoluto. Nel 2006 queste generalizzazioni abusive vengono sempre presentate nelle università francesi come postulati intoccabili. Senza stupore alcuno, i liceali apprendono il dogma secondo cui la letteratura non ha alcun rapporto con il resto del mondo e studiano soltanto le relazioni che intercorrono tra gli elementi dell’opera. E non v’è alcun dubbio che ciò contribuisca al crescente disinteresse che gli allievi manifestano riguardo all’indirizzo letterario». 



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