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SCUOLA/ Un prof: ho imparato Verga dai miei studenti

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Per cui puoi anche imparare a piangere sulla sofferenza degli altri, perché impari a confrontarla con la tua sofferenza (mi sembra che una preghiera della tradizione cristiana chiedesse a Dio proprio il “dono delle lacrime”). Per cui puoi cominciare ad interrogarti in modo anche più profondo rispetto alle tue scelte di vita, se solo prendi sul serio la parabola di ’Ntoni (come si è fatto in questi giorni). E si potrebbe continuare.

Quello che impressiona, partecipando ai Colloqui Fiorentini, ogni anno e ogni volta di più, è che rinasce il gusto dello studio, per i ragazzi, e del proprio lavoro, per i docenti. Per noi è un vero e proprio corso di aggiornamento fatto sul campo. Noi, come ha detto qualcuno, in quei giorni diventiamo studenti insieme ai nostri studenti. E questa fusione, è stato anche detto, è la scuola. Noi, noi docenti, finalmente possiamo respirare, fare un’esperienza di libertà, o di colore, rispetto al grigiore in cui ci affondano i programmi e le scadenze della scuola. La libertà, poi, diventa contagiosa, genera libertà, quella che è un bene preziosissimo e che va lasciata ai nostri ragazzi nell’incontro coi testi.

Sì, qualcuno potrà obiettare che questo approccio “ingenuo”, diretto al testo è insufficiente, e che ci vogliono le necessarie contestualizzazioni, le analisi storico-letterarie, l’impianto critico. C’è da chiedersi, però, quanto sia necessario leggere e studiare prima di poter gustare la verità e la bellezza di una novella. Verga ha scritto (e questa era la frase che ha fatto da leit motiv al concorso di Firenze) che “il semplice fatto umano farà pensare sempre”. E non facciamo forse un torto allo scrittore siciliano quando svalutiamo la lettura “ingenua”, ma appassionata, di quel “semplice fatto umano”, quasi che non bastassero “cuore e ragione” per arrivare a coglierne la bellezza?

Ora, tornando a casa da questa esperienza, abbiamo un bel problema: come comunicare agli altri quello che abbiamo percepito e imparato? Come spiegarlo agli studenti che non hanno partecipato, ai docenti che non si sono coinvolti? Come fare perché il dono ricevuto, il gusto e la libertà sperimentati divengano una possibilità anche per gli altri?

“Dobbiamo fare qualcosa”. Già da oggi. Ci siamo lasciati con questa promessa, con questo proposito. L’avventura è appena cominciata.



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