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SCUOLA/ Quella pericolosa tentazione di educare bambini senza "corpo"

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E se possiamo porci degli obiettivi da raggiungere, come se fossero un luogo verso cui muoverci, è perché tutta l’esperienza che facciamo del mondo, la facciamo dentro un corpo, che per muoversi da un luogo a un altro, deve attraversare tutti i luoghi contigui che separano il primo dal secondo in una progressione temporale, che si allunga tanto più, quanto più è lo spazio che separa il luogo di partenza e quello di arrivo. È questa la ragione per cui ci accontentiamo, andiamo cioè verso la contentezza senza entrarci; oppure ci allietiamo, andiamo cioè verso la letizia senza entrarci. Se una giornata tardo autunnale buia e fredda mi attristisce, mi conduce soltanto verso la tristezza, ma possono rimanere prevalenti altri stati d’animo anche positivi; se invece la stessa giornata mi intristisce, mi fa entrare dentro la tristezza, dove altri stati d’animo non possono coesistere.

E se anche intuitivamente percepiamo di correre meno rischi ad essere coraggiosi, che ad essere arditi, è perché tutti abbiamo fatto esperienza di aver nelle sole due mani, con cui prendiamo il mondo, due oggetti di peso differente, percependo il peso maggiore nell’una e quello minore nell’altra e il nostro corpo fare da bilancia. Nel caso del coraggio, dell’audacia e dell’ardimento la bilancia è quella dell’agire umano, che oscilla tra il rischio da correre e la considerazione del pericolo che esso comporta. Nel coraggio la bilancia è perfettamente in asse, soppesando ugualmente rischi e pericoli di un’azione; nell’audacia la bilancia pende verso il rischio, dando poco peso al pericolo; nell’ardimento è completamente sbilanciata sul rischio, avendo eliminato la considerazione del pericolo (chi non ricorda “L’ardimento. Racconto della vita di don Carlo Gnocchi”?).

Che tutto il pensiero astratto nasca dall’esperienza che facciamo del mondo, dentro il corpo in cui la facciamo, è ad esempio il motivo per cui una matricola di architettura dovrebbe ricominciare a disegnare come faceva Louis Khan, uno dei più grandi architetti del 900, che emigrato poverissimo negli stati Uniti raccoglieva da terra i legnetti e li faceva bruciare, per ricavarne carboncini per disegnare. Fu determinante nella sua formazione universitaria il corso di Disegno dal vero. E determinanti per la sua definitiva maturazione architettonica furono i disegni di viaggio, che nel corso di un anno egli fece in Europa (Roma, Assisi, Atene, il Cairo, ecc.). Disegnò sempre, per tutta la vita: disegni ad acquerello, a pastello, a tempera, a matita, a sanguigna, disegni prospettici, disegni a volo d’uccello, disegni di sezioni, semplici schizzi. Il disegno era per Kahn da un lato intrinseco al vedere e dall’altro intrinseco alla creazione (Il valore e il fine del disegno, in Architettura è. Louis I. Kahn, gli scritti): «[…] tutti i maestri, in ogni campo dell’arte, in modi propri di ciascuno, utilizzano il disegno – scriveva –. 



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