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SCUOLA/ Maestra Tamara, perché si può ancora morire in classe?

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Mentre leggo e rifletto sull’articolo del Corriere fiorentino che riporta la tragica notizia della morte della maestra di soli 34 anni a seguito del secondo fatale malore verificatosi davanti ai suoi alunni, ciò che stride maggiormente è l’inevitabile confronto tra la sua foto semplicemente radiosa e i soliti sorrisi “riveduti e corretti” a suon di ritocchi dei vip dal look alla moda. La sobrietà dell’atteggiamento e la bellezza ingenua del viso dicono chi era veramente Tamara Valeriani.

Dall’articolo si evincono altri preziosi dettagli. Insegnava da parecchi anni nei pressi della ridente periferia di Pisa, ben lungi dalle metropoli dai ritmi “stressanti” di cui i media trattano, spesso a vanvera. Stava spiegando scienze in una delle due classi ed era quasi mezzogiorno quando ha riverso il capo all’indietro, scura in volto... Spaventati ma lucidi nel discernere razionalmente l’emergenza, i bambini stessi hanno chiamato la bidella. Soccorsa e portata in aula insegnanti ha cessato di vivere proprio nella sua scuola, dove erano attivi servizi di psicologi per il “progetto” sul disagio infantile, che ora avranno decisamente maggior daffare.

Ma chi si pre-occupava di lei? Emerge che durante il tempo libero si dedicasse alla scrittura di poesie e vincesse premi. Ma il suo grande amore restava l’insegnamento e glielo si legge in viso. Nonostante soffrisse di problemi di cuore, continuava a lavorare indefessamente, ignara che la sua stessa dedizione l’avrebbe allontanata definitivamente dal quel luogo divenuto familiare al suo sguardo pulito e trasparente.

Il punto chiave del resoconto giornalistico toscano è “nascosto” nella testimonianza di una mamma. La quale afferma: “La settimana scorsa si era già sentita male, era svenuta davanti ai bambini. Ma noi genitori non sapevamo avesse problemi di salute”. Segni e sintomi sottovalutati dall’ignoranza e gli stereotipi diffusi sulla delicata questione docente, ma anche e soprattutto dal dirigente scolastico, evidentemente.

Già, proprio lui (o lei), perché spetta al datore di lavoro la valutazione del rischio di stress lavoro-correlato attraverso la compilazione di schede appositamente studiate.



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