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SCUOLA/ Non basta essere Democratici per fare buone riforme

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La rinascita del Paese a partire dai giovani è la vera posta in gioco in questo momento ed è per questo che la trasformazione urgente del sistema educativo anche a garanzia della coesione sociale, non è un punto del programma di un possibile (?) governo, ma una condizione concreta perché qualsiasi programma abbia prospettive di efficacia.

La prima questione con cui misurarsi è la convinzione che la scuola di un tempo fosse migliore dell’attuale e che quindi la “nuova” scuola altro non dovrebbe fare che tornare al passato. Viene detto che le riforme realizzate, o anche solo proposte, hanno destabilizzato un sistema solido ed efficace e che occorre ripristinare quell’impianto. 

È vero il contrario: la scuola di un tempo accoglieva poco, disperdeva una parte grande di quelli che accoglieva e dava a quei pochi che l’attraversavano interamente, una formazione nella quale non c’erano (o erano marginali e superficiali) le lingue, le scienze, la tecnologia, la realtà contemporanea, la cittadinanza. La scuola di oggi non è, come a volte si dice, la caricatura della scuola di ieri imbruttita dalla perdita di qualità e dalla caduta di attenzione ed impegno da parte degli allievi. Al contrario, è proprio l’ostinazione, così diffusa, a tentare di replicare quel modello che allontana la possibilità di far avere alla scuola un ruolo nella costruzione della cittadinanza sociale.

Oggi si fa strada il convincimento che il mondo della scuola (dirigenti e insegnanti, ma anche in parte famiglie e ragazzi) sia diffidente se non addirittura ostile rispetto a ipotesi e promesse di riforma. Al netto di qualche pregiudizio di tipo ideologico, è certamente vero che nelle scuole tale disincanto verso “la riforma” è largamente presente. Non bisogna però confondere questo atteggiamento con minimalismo corporativo e rifiuto dell’innovazione. Al contrario, gli insegnanti (e l’intero mondo della scuola) possono essere un grande fattore di cambiamento a condizione di non ridurli a una massa di pressione per chiedere “l’esaurimento delle graduatorie dei precari” o altre misure autoreferenziali. 

Vanno invece coinvolti in un processo che parta  dalla riflessione sull’oggetto effettivo della loro diffidenza aprendo finalmente e in modo sistematico e autorevole una riflessione sul nesso fra i cambiamenti strutturali nella società e nel lavoro e la modifica dei processi di insegnamento/apprendimento che ne deve necessariamente conseguire. Quanti operano nel mondo della scuola sono sempre meno disponibili a discutere di modifiche agli ordinamenti o di architettura istituzionale (specie se intravedono qualche connessione con interventi sulla spesa) ma sono stati i primi a rendersi conto, a partire dalla propria esperienza, del contraccolpo sulla scuola che i cambiamenti sempre più radicali nella società finivano con il provocare. È allo smarrimento che fa seguito a questa consapevolezza che occorre dare risposte.



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