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SCUOLA/ Cosa succede se i genitori guardano i figli con gli "occhi del mondo"?

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Si sperava, in definitiva, che gli italiani si illudessero sempre di meno e con spirito pragmatico cominciassero ad iscrivere i loro figli agli istituti tecnici e professionali. Invece niente da fare...

Ha ragione Zen: occorre ripensare l’orientamento. Nessun genitore italiano, infatti, manderebbe il proprio figlio in una scuola che non è vista come un grande risultato; così, al momento di prendere una decisione importante per il figlio, sceglie qualcosa che ritiene più utile a preparare un futuro migliore per lui. E il liceo gode, ancora, di una fama di serietà e di impegno che altre scuole hanno perso o non hanno mai avuto, perché prepara all’università.

Già, ma siamo sicuri che debbano essere i genitori a decidere? Come orientatore, ho sempre affermato che la scelta della scuola superiore deve essere fatta anzitutto – certo non da solo, ma anzitutto − dallo studente e non dal genitore; i dati mostrano, invece, che la pressione genitoriale resta ancora molto, troppo elevata. Mi capita spesso di incontrare ragazzi che opterebbero per studi tecnici o addirittura professionali, i cui genitori risolutamente glielo impediscono. “Nel loro interesse, per evitare che incontrino ambienti problematici”, ovviamente …

Per i ragazzi di terza media, la scelta della scuola superiore è la prima vera, grande occasione per domandarsi seriamente: “cosa voglio, chi sono, cosa desidero diventare?”. Sono domande grandi, importanti, che esigono certamente un sostegno degli adulti – genitori e insegnanti − ma non un’arbitraria sostituzione. È dannoso sostituirsi (anziché sostenerli e guidarli) nel rischiare una risposta, perché gli si comunica, direttamente o indirettamente, una sfiducia nelle loro capacità di aprirsi alla realtà, di guardarsi, di sostenere una responsabilità. Tra l’altro i genitori, spesso e volentieri, guardano i propri figli con “gli occhi del mondo”, misurando e preparando il loro futuro sulla base dei criteri dettati dalle mode del tempo: riuscita professionale, ricchezza, elevato status sociale; in questo modo si precludono la possibilità, interessantissima, di chiedersi: “Chi ho davanti a me? Chi è mio figlio? Qual è davvero il suo bene, il suo destino?”. Sono domande che esigono un distacco e, nello stesso tempo, una apertura attenta alla realtà, per capire davvero attitudini, inclinazioni, desideri e potenzialità, e che diventano anche possibilità di una relazione più matura con i figli. 

Siamo davvero sicuri, inoltre, che la qualità della vita dipenda necessariamente dall’erudizione teorica, dall’andare all’università, dall’esercizio di professioni intellettuali? Scelta di qualità non sarà, invece, quella che permette ai nostri ragazzi di percorrere la strada che gli è propria (che noi non conosciamo con certezza a priori…), quella più corrispondente alle loro attitudini – fossero anche quelle di un bel lavoro artigiano − sostenendoli comunque nel cammino anche quando non lo si capisce o addirittura non lo si condivide? 



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