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SCUOLA/ Padre o maestro, il "testimone" non basta

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Michelangelo, David (InfoPhoto)  Michelangelo, David (InfoPhoto)

Il padre edipico freudiano svolgeva la sua funzione conservando un rapporto “fuori serie” con la madre dei suoi figli, rapporto a cui il figlio non aveva accesso allo stesso suo titolo – e questo era ciò che permetteva al figlio di strutturarsi e tenersi assieme vivendo il proprio personale tentativo di annodare la questione del sesso con quella dell’amore. Non senza rischio e conflitto, perché anche questo è “rischio educativo”, non è il risultato automatico di procedimenti, regole, ingiunzioni o istruzioni per l’uso, ma è l’esito di un dramma personale. 

In questo dramma il padre è sì un “modello”, ma non nel senso di immagine ideale che si possa copiare, perché non puoi copiare o imitare qualcuno quando ti è richiesto un atto assolutamente personale che solo tu puoi compiere al tuo posto, che nessun adeguamento ad un ruolo o mansionario può sostituire: un atto amoroso, la decisione per una vocazione, ecc. Il padre è un modello inimitabile della funzione umanizzante che ti permette di vivere questi atti, e lo è non per le sue qualità o doti ideali, ma perché è uno che ha affrontato, investendo e rischiando del suo, un aspetto reale della condizione umana, generando soddisfazione e frutto. Per il padre della famiglia questo reale è l’Altro sesso e la generazione dei figli dal legame con la donna che per il figlio è la madre. Per questo la psicoanalisi mostra che ogni difficoltà nei legami sessuati con gli altri e con se stessi è riconducibile a com’è vissuta la funzione paterna. Con tutto il rispetto per Elton John come popstar, che cosa permette di pensare che un uomo è padre di quel “suo” bambino, e non uno dei tanti adulti della serie materna? “Padre” non è un’etichetta verbale che basti dire, è il nome vero dell’istituzione di un legame umano fondata sulla effettiva messa in atto di uno speciale desiderio. In questo senso è vero che il padre è un testimone, nel senso che non comanda, ma testimonia con la sua vita la creatività e generatività del desiderio che gli permette di costruire quei legami: spero che vibri in questo almeno un’eco della parabola dei talenti. Per questo i genitori sono testimoni necessari e involontari, infatti essi sempre testimoniano anche dei difetti della loro posizione nella vita.

Sto parlando di processi soggettivi di cui tutti hanno esperienza, ma che non sono traducibili integralmente in racconti e in enunciati, perché in queste esperienze le parole rimandano sempre a un reale e ad una verità della vita umana per i quali le parole mancano o non bastano. Eppure questo reale e questa verità esistono, e sono le loro vicende a determinare la nostra storia! Perché mai devo ricordare e affermare questo livello della nostra esistenza di soggetti umani? Non è scontato? No, oggi non lo è più: viviamo in una società sempre più simile alla “democrazia” di Rorty, per il quale “chi crede in una verità oggettiva deve essere considerato come un pazzo”: il problema è che la prima verità oggettiva a cui conviene credere, prima ancora dell’esistenza di Dio, è quella della nostra esistenza di soggetti immersi nel reale. “Tu non esisti!” dice il “cattivo” O’Brien al protagonista in 1984 di George Orwell – libro sul quale dovremmo impostare seminari a tutto spiano. 



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