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SCUOLA/ Padre o maestro, il "testimone" non basta

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Michelangelo, David (InfoPhoto)  Michelangelo, David (InfoPhoto)

E non per nulla il progetto del potere orwelliano si realizza attraverso la neolingua, che usa e combina le parole proprio per non significare il reale, per non dirci nulla su di esso, per farcelo dimenticare. Non è quello che sta accadendo ora con l’alterazione del significato e della funzione della parola “matrimonio”? questo vale per tutte le parole legate al reale del sesso e della generazione, Zapatero docet, ma varrà per tutte le parole che cercheranno ancora di dire qualcosa sulla reale esistenza e verità profonda del soggetto umano. Un esempio clamoroso è quel manuale di “educazione sessuale” per adolescenti uscito pochi anni fa in Spagna, intitolato “La felicità nelle tue mani”: titolo che non è un modo di dire, ma che allude proprio al fatto che gli organi sessuali sono a portata di mano. Dunque millenni di riflessioni e tormenti morali religiosi e politici sulla felicità deriverebbero solo dal fatto di non essersi accorti che quello che si cercava lo si aveva a portata di mano? Non è un segno sufficiente della spaventosa idiozia che ci viene imposta da chi ha cancellato la posta in gioco reale nel significato delle parole?

Questo è l’esito di una storia. Si può capire quanto le società moderne rivoluzionarie, egualitarie e poi massificanti nel lavoro e nelle guerre, anonime, abbiano contribuito a disgregare la funzione del padre nella nostra civiltà, almeno quella appoggiata ai rapporti famigliari, nella misura in cui hanno rifiutato progressivamente di riconoscere all’ambito della famiglia qualche privilegio, qualche eccezione alla totale uguaglianza formale degli individui. Emblematico di questo è ultimamente il tabù anche giudiziario caduto sulla sberla data al figlio bambino, che criminalizza l’autorità e l’eccezione paterna mentre chiude gli occhi sul fenomeno, in crescita nella società, del “tiranno domestico” o del “genitore picchiato” (11% delle famiglie negli Usa). 

Con la fine di ogni simbolico condiviso, dunque, la società finisce per non riconoscere più nella famiglia il luogo in cui avvengono i primi fondamentali incontri col reale, proprio e altrui, e nel quale i rapporti famigliari, colla madre e col padre, permettono al figlio di dare nomi a questo reale e imparare a trattarlo orientandovisi. Il carattere fondamentale dell’esistenza umana, l’incontro-scontro col reale viene totalmente negato (e solo i clinici della soggettività, tra i quali gli analisti, continuano – per quanto tempo ancora? – a curarne le ferite sempre meno riconosciute come tali). Escluso il reale da affrontare, la famiglia resta concepita solo come un luogo in cui i rapporti procedono e si esauriscono in forme di seduzione reciproca, domande e ricatti amorosi: quanto di più lontano dall’idea di educazione come introduzione alla realtà. Di qui anche l’altro grande tabù odierno, quello sulla pedofilia: se diventano inconcepibili i rapporti di responsabilità paterna – che implicano l’interdetto dell’incesto – quali altri rapporti restano con i figli?

Che cosa c’entra tutto questo con quella forma di educazione che è la scuola e con la posizione e funzione degli insegnanti in essa? Sia il maestro che il genitore introducono – volenti o nolenti – alla realtà (di cui peraltro fanno parte).



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