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SCUOLA/ Padre o maestro, il "testimone" non basta

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Michelangelo, David (InfoPhoto)  Michelangelo, David (InfoPhoto)

L’ideale dominante oggi, a differenza di un tempo, è che il sapere è anonimo (la scienza). Ma nell’anonimato è ben difficile parlare di educazione, perché l’educazione coinvolge sempre il soggetto col suo nome. Quanto all’efficacia che ci si aspetta dal sapere, è la droga a fornirne il modello: qualcosa, non qualcuno, che faccia effetto, emozione: la droga incarna bene l’emotivismo etico condiviso oggi, che lascia smarriti i soggetti nella loro ricerca di soddisfazione o felicità, li lascia soltanto partner di un oggetto che pretende di condensarla, un oggetto a cui girano intorno.

Educazione è introduzione alla realtà. Dunque è opera di legame, non anonimo, del soggetto con un Altro, e del soggetto con se stesso, con la sua vita stessa, a partire dal corpo con le sue funzioni, comprese quelle intellettuali e mentali: nessuno di noi sta insieme con se stesso in modo automatico e scontato senza una funzione che glielo permetta.

Nei confronti del padre si è enfatizzato troppo per molto tempo l’aspetto di lotta, appoggiato sull’idea di rivalità, il cosiddetto conflitto delle generazioni – anche per l’insistenza di un Freud letto male su questo aspetto del complesso di Edipo: e le “rivolte” o le “contestazioni” studentesche dal 1964 (Berkeley) in poi, hanno rafforzato per via sociologico-politica l’illusione che fosse lotta per l’emancipazione (“liberazione”) da un’autorità paterna troppo piena, che invece di promuovere soffocava e impediva. E non ci si è accorti che si cadeva nella trappola ideologica dell’ultima modernità: non si vedeva che la rivolta era in realtà contro la debolezza paurosa di questa autorità dietro l’apparenza, contro dei padri accusati in fondo di non essere capaci di svolgere la loro funzione: era una lotta che cercava dei padri e che trovava o credeva di trovare solo gente che aveva un certo potere (peraltro risibile perché erano tutti proletarizzati), solo perché occupava già dei posti, come qualunque impiegato allo sportello: il potere di impedirti qualcosa e farti perdere tempo, non di appoggiare e permettere la tua costruzione vitale.

Fu in quegli anni che sorse l’espressione “padre-padrone”, dal titolo di un libro (e in Francia maestro-padrone, perché sono la stessa parola): espressione fortunata, ma deprecabile perché confonde le carte. Se c’è qualcosa che la psicoanalisi ha dimostrato sul padre è che non è un padrone, anzi, che comportarsi da padrone demolisce la funzione del padre, per la semplice ragione che c’è padre e paternità solo dove non c’è lotta di potere, nonostante le apparenze: perché il posto del padre non può di per sé essere contendibile, il padre è fuori serie, è senza rivali. Quindi appena il padre scende sul piano della lotta col figlio ipso facto smentisce la sua funzione paterna, precedente e sottratta ad ogni concorrenza e rivalità. 

La funzione del padre infatti è da sempre una funzione di eccezione, sia che si tratti del padre della famiglia o del Padre eterno della nostra plurimillenaria tradizione religiosa giudaico-cristiana: non sarebbe padre se non facesse eccezione almeno in un punto alle leggi che valgono per il figlio, non potrebbe significare, rappresentare, dare un nome a ciò che è fuori della portata del figlio, cioè la sua origine o ciò da cui il figlio dipende o a cui non ha accesso diretto, ciò che è appunto fuori della sua portata – anche come suo fine e destino. 



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