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SCUOLA/ Padre o maestro, il "testimone" non basta

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Michelangelo, David (InfoPhoto)  Michelangelo, David (InfoPhoto)

Credo si possa intuire facilmente che alcuni aspetti di quello che ho detto del padre possono applicarsi al maestro e all’educatore in genere. Non ho parlato esplicitamente della madre, che ha anch’essa una funzione essenziale nell’umanizzazione primaria, perché l’ho sottintesa parlando del padre: infatti la funzione paterna non si esercita direttamente nei confronti del figlio (rapporto in cui il padre non è diversissimo dalla madre) ma si esercita nel rapporto con la madre, con la conseguenza di rettificare il rapporto tra madre e figlio e di sottrarre quest’ultimo a certe tentazioni inerenti al rapporto materno. Anche nella scuola è leggibile la compresenza di queste due funzioni, materna e paterna, ma io credo che ciò che specifica il compito dell’insegnante si colloca dal lato della funzione paterna, cioè dell’eccezione e della dissimmetria, mentre quella materna è più facilmente incarnata dal gruppo della classe, nel quale peraltro rientra anche l’insegnante.

Un altro aspetto importante è il rapporto col sapere: certo l’insegnante deve trasmettere un sapere simbolizzato, organizzato, teorizzato anche quando è un sapere pratico, mentre non sembra questa la funzione del padre. È vero, ma non dimentichiamo che il padre è tale e visto come tale nella misura in cui “sa” o si suppone che “sappia” fare legame con quell’Altro così fondamentale che è la madre, che “sappia” orientarsi in quel territorio, che “sappia” trarne effetti e come trarli. Il padre perciò è necessariamente supposto o considerato dal figlio come detentore di un sapere sulla sua vita, e supporre che l’altro detenga il sapere che vogliamo apprendere è fondamentale in ogni apprendimento, perché il sapere, come la lingua, è sempre dell’Altro, e non impareremo nulla da chi non consideriamo legato a un sapere. E questo vale per uno sport come per il più teorico dei saperi.

Padre e maestro trovano qui il punto di analogia: funzioni che danno una struttura, un ordine e orientamento al sapere, a ciò che apprendiamo fin dai primi passi e parole, ma anche che danno senso al rapporto di questo sapere con la vita, cioè con i desideri, le domande, le soddisfazioni. Qui non c’è anonimato, sia il padre che il maestro hanno un nome e danno un nome. Qui sta un punto chiave: ho detto che la funzione del padre si fonda tutta su un desiderio che viene messo in atto con perseveranza, desiderio di cui egli è testimone, e che gli dà il suo prestigio. Bene, questo è vero anche per l’insegnante: anche la sua funzione si appoggia su un desiderio, un desiderio di sapere che l’ha reso esperto del sapere che insegna, ma anche un desiderio che deve essere continuamente testimoniato come alla base del suo insegnamento. Sappiamo tutti per esperienza che gli insegnanti che più ci hanno coinvolto e che più hanno lasciato un segno umanizzante in noi, anche senza rinunciare alla loro distanza, sono quelli in cui abbiamo intravisto questo desiderio e questa passione anzitutto propria e personale per il sapere.

Entrambe le funzioni – padre e insegnante – implicano il guadagnarsi un certo rispetto per la funzione che svolgono, un rispetto che comporta una certa sottomissione, ancora una volta non nel senso padronale, immaginario, che può essere esistito in passato, ma nel senso di non voler cercare di essere più furbi dell’altro, del maestro o del padre, non cercare di non essere allocchi o di non  passare per gonzi. Questo ucciderebbe in culla il transfert, quella fiducia che nasce proprio da quella supposizione del sapere dell’altro necessaria per ogni apprendimento, per ogni passo compiuto al di là di se stessi. 



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