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SCUOLA/ Insegnanti picchiano un disabile: cosa c'è in quelle teste?

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La capacità di attribuire ad un comportamento altrui, come ci ha insegnato Fonagy, un’emozione, un pensiero, una motivazione psicologica (es.: si comporta cosi perché è delusa, perché è arrabbiata, è arrabbiata perché è delusa, ecc.) è una conquista evolutiva resa possibile da un buon rapporto con genitori e insegnanti, sufficientemente sani, e non certo una funzione mentale presente in tutte le persone e in tutte le età.

Una delle conseguenze delle percosse fisiche ad un bambino o ad un ragazzo di quattordici anni, libero da disturbi psicopatologici, è che, non disponendo di queste capacità, possa sviluppare dissociazione della personalità e/o attribuire a sé la colpa: “se mi picchia vuol dire che ho fatto qualcosa di sbagliato anche se non so cosa”. 

In un ragazzo autistico, il cui stato dissociativo è la regola e le cui marcate difficoltà relazionali con l’altro rappresentano l’essenza del disturbo, è inimmaginabile quali, quante e quanto durature  possano essere le conseguenze in termini di gravi peggioramenti del comportamento socio-relazionale. 

Il ragazzo subiva percosse illogiche e, chiuso nella sua “bolla autistica”, non poteva dirlo ai genitori. Come abbiamo visto il padre racconta che quando lo portava a scuola il ragazzo si “pietrificava”. Con il linguaggio del corpo comunicava il suo terrore, contraendo e irrigidendo la sua corazza muscolare eretta a difesa estrema ma, ahinoi, insufficiente della sua dignità, del suo corpo e della sua mente.

Mi chiedo quali possano essere state le conseguenza sulla classe. Di questo nessuno parla. Cosa penseranno i compagni di queste violenze? Che un disabile le merita facendo spazientire gli adulti? Che gli adulti sono pazzi e violenti soprattutto quando detengono un potere? Che detenere un potere autorizza a schiacciare gli altri? O che altro?

I genitori sempre devono prestare attenzione, oltre che alle parole, al linguaggio non verbale dei ragazzi perché dove non ci sono parole per esprimere la vergogna e il dolore lì c’è il corpo a parlare, con il ripiegamento, la testa bassa, il mutismo, gli incubi, l’insonnia, l’assenza di appetito, l’abulia, la tristezza stabile, la regressione a comportamenti più infantili, la perdita di controllo sfinterico.

Ma cosa può essere successo a queste tre donne, due insegnanti e una bidella? Quello che colpisce in questo e altri episodi è il comportamento psicopatologico di gruppo. Cosa ha accomunato queste tre donne nella violenza ripetuta, cosa le ha coalizzate? Come può essere possibile per una donna che dona la vita, accudisce, comprende, conforta i propri figli, picchiare un ragazzo? L’impotenza a farsi capire, a comunicare? La scarsa responsività del ragazzo ha messo duramente alla prova la loro scarsa autostima professionale e personale? Ritengo di sì.



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