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SCUOLA/ La sua crisi non è colpa del nichilismo ma dello Stato-padrone

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Ma, per quanto ne sia convinto Allan Bloom nel suo famoso libro del 1987 − The Closing of the American Mind   non è certo l’heideggerismo dei fuoriusciti  quello che ha attraversato i movimenti americani degli anni Sessanta. Si tratta piuttosto dell’individualismo estremo di una certa tradizione americana da Thoreau a John Stuart Mill, intrecciata con le suggestioni della scuola di Francoforte di Marcuse, Adorno, Horkheimer. 

In Germania l’influenza di quest’ultima fu più forte, si intende. Ma in Italia, gli attraversamenti sono più complicati. Qui sono piuttosto i marxismi a fornire le parole: lo storicismo crocio-togliattiano, il dellavolpismo, il marxismo utopico di Benjamin, Korsch, Bloch, il consiliarismo di Luxemburg e di Gramsci, il cristiano-marxismo della teologia della liberazione, il maoismo. Nessuna traccia né di Sartre né di Heidegger, per la cui filosofia continuò a valere la condivisione dell’epitaffio di Lukacs: “il mercoledì delle ceneri del soggettivismo parassitario”. E neppure in Francia, nel breve maggio del ’68, si può dire che Lévi-Strauss o Althusser o Lacan o Lévinas o Derrida abbiano suscitato o attraversato il movimento. Arrivarono post-festum o si agitarono prima, ma a lato. Il movimento del maggio fu un mix instabile di libertarismo americaneggiante e di giacobinismo rivoluzionario, che non ebbe neppure la durata necessaria per elaborare un ’68-pensiero, quale con eccessiva audacia filologica e storiografica gli viene attribuito. Non è certo sul terreno del pensiero che il ’68 ha lasciato le sue maggiori tracce. Non si trattò di nessuna “gioiosa macchina da guerra” né può essere a posteriori ricostruito come la notte in cui tutte le vacche sono nere, nichiliste e contestatrici.

Del resto, è difficile collocare Marx nella scia del relativismo e del nichilismo, a meno di allargare i confini semantici fino a comprendervi il materialismo storico e il comunismo. 

Ed è proprio questo il punto: la chiave del nichilismo è divenuta un grimaldello interpretativo capace di aprire tutte le porte. C’est plus facile!, perché finisce per dispensarci pigramente da un’analisi concreta dei fattori di crisi del sistema nazionale di istruzione, formazione, educazione. Alla quale questa testata ha già dedicato centinaia di articoli. Crisi dovuta alla scolarizzazione di massa, per la semplice ragione che il sistema ha mantenuto una configurazione élitaria e perciò è esploso. Dovuta, dagli anni Settanta fino ai giorni nostri, al deperimento oggettivo della scuola-santuario-del-sapere. 



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