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SCUOLA/ Se i "saggi" dimenticano l'educazione

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Giorgio Napolitano (InfoPhoto)  Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Sul secondo obiettivo (promuovere il merito) il documento prende atto drammaticamente dell’ancoraggio dei risultati scolastici e universitari alla condizione sociale delle famiglie di origine: solo il 14 per cento dei figli di operai si iscrive all’università. A questo livello si ripercorrono recenti analisi, come quello dell’Istat, che coniugano il Bes (Benessere equo e sostenibile) all’istruzione, come a dire che l’istruzione si traduce in risorsa anche economica. Da qui la necessità di varare un piano di interventi per il diritto allo studio rivolto agli studenti meritevoli delle famiglie meno abbienti. 

Sul piano del benessere comportato dall’istruzione si colloca anche il terzo obiettivo: investire di più nel fattore istruzione per elevare la qualità della situazione sanitaria del Paese. La persona istruita assume generalmente uno stile di vita migliore di chi non lo è. L’educazione alla salute nella scuola e nell’università dovrebbe essere incrementata. 

Sull’ultimo proposito, infine, riguardante la digitalizzazione della scuola e della cultura, il testo dei saggi sfonda parecchie porte aperte perché questo punto era parte del programma elettorale di numerose forze che hanno partecipato alle ultime elezioni, compreso il Movimento 5 Stelle. Risuonano echi improntati alla democrazia digitale nell’appello a “una nuova cultura della decisione basata sui dati, che superi le barriere disciplinari e apra la strada agli approcci sistemici e quantitativi che sono ora possibili e necessari”. 

Riassumendo e inquadrando gli input in una cornice di riferimento, da questo rapporto che avrebbe dovuto cogliere il meglio delle attuali riflessioni sul nesso tra la scuola e la vita di una comunità, nasce fortemente ribadita una concezione alla Edgar Morin, in cui l’istruzione insegna principi organizzativi, tra cui la cittadinanza attiva di cui fa parte la ricerca del lavoro. Inevitabile, in questa prospettiva, l’insistenza sull’insegnamento per competenze. 

Pur apprezzabile perché ricolloca la scuola al centro dell’attenzione, il documento risente della carenza tipica di chi vede la scuola solo dall’esterno e per gli effetti che può avere su altri elementi del puzzle comunitario, senza avere la pazienza di cogliere le ragioni interne per cui i giovani possano interessarsi, migliorare, orientarsi ad una lavoro, decidere di continuare a studiare. L’insieme di questi fattori si chiama “educazione”: essa indica il percorso per cui un giovane è introdotto nella realtà complessa perché è aiutato a intravvederne il significato. Altrimenti non vi si addentra e la percepisce come il bosco oscuro delle fiabe da cui è meglio preservarsi. E sappiamo che la leva educativa è innescata in fondo da una cura per la componente adulta della scuola, i docenti anzitutto, che dovrà pur essere apprezzata, sostenuta, aiutata continuamente a formarsi, ad avere un iter professionale. 

Non una parola su questo punto. Ed è un vero peccato. 



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