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SCUOLA/ Se i "saggi" dimenticano l'educazione

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Giorgio Napolitano (InfoPhoto)  Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

I saggi messi in campo da Napolitano si sono occupati anche di scuola, e questa certamente è una notizia. Il documento conclusivo del gruppo di lavoro in materia economico-sociale (Filippo Bubbico, Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovannini, Enzo Moavero Milanesi, Giovanni Pitruzzella e Salvatore Rossi) non si esime dall’affrontare in termini molto chiari il problema del potenziamento dell’istruzione e del capitale umano (4.4), alla luce di un obiettivo generale che è quello di favorire uno sviluppo che si traduca in un “aumento del benessere, non in un mero accumulo di beni materiali”. 

L’altra relazione, quella del gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali invece ne tace, sottintendendo probabilmente che la riforma ordinamentale della scuola è già stata realizzata: si tratta di farla camminare. Non è la prima volta che un documento programmatico mette la crescita economica del Paese in relazione al miglioramento delle prestazioni dei sistemi di istruzione e formazione, che possono dunque favorire l’abbattimento della disoccupazione e della sottoccupazione. 

In questo caso, come dovrebbe avvenire questa riqualificazione, posto che “l’Italia presenta un forte deficit in termini di qualità del capitale umano rispetto ai principali paesi europei”? L’impianto culturale di questa parte del testo riflette un determinato approccio alla scuola, intesa come luogo deputato all’esercizio dell’insegnamento/apprendimento, per cui “le competenze maturate dai giovani al termine della scuola dell’obbligo” determinano parte del loro futuro. Il basso livello di competenze a confronto con altri paesi europei, così come l’insoddisfacente quota di laureati sulla popolazione, sono indici delle criticità che devono essere risolte. I saggi individuano quattro misure da adottare nell’immediato: il contrasto dell’abbandono scolastico; la promozione del merito; l’investimento in istruzione per migliorare la salute e ridurre i costi del sistema sanitario; la scuola digitale. 

Sul primo punto, contrasto della dispersione scolastica, il documento economico-programmatico si diffonde in modo particolare, ribadendo l’ottica nella quale si muove: il completamento del percorso scolastico o universitario fornisce una forza lavoro dotata delle “competenze minime richieste da processi produttivi in rapida evoluzione”. L’Italia naturalmente è indietro: quasi 1 giovane su 5 non arriva al diploma (in Europa poco più di 1 su 10); si tratta prevalentemente di stranieri, ma non solo. Da altre fonti sappiamo che il quadro è anche più serio: in alcune regioni del Sud 1 giovane su 3, tra i 15 e i 29 anni, è “Neet”, non lavora né studia. Che fare? Qui il suggerimento dei saggi, rivolto soprattutto alla scuola del primo ciclo, ma non solo, è esplicito: “il miglior strumento di contrasto all’abbandono è il prolungamento della scuola al pomeriggio”. Le attività pomeridiane dovranno essere individualizzate, curvate sulle competenze di lettura, nonché di assimilazione dei fondamenti della logica-matematica e del metodo scientifico. A cadenza regolare, inoltre, le scuole dovranno misurare gli apprendimenti degli studenti a rischio (parole che suoneranno come musica per l’Invalsi!). 



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