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SCUOLA/ I licei e la trappola dell’"ambiente (umano) migliore"

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Perché? In parte certamente per quanto detto sopra: da genitori  sentiamo, respiriamo, che quel consiglio non significa: “Questo ragazzo sarà felice, realizzato, utile a sé e agli altri indirizzandosi verso studi tecnici o verso l’apprendimento di un mestiere perché ha dimostrato di essere bravo in queste cose (diversamente da altri che non lo sono); che significa invece: “È duro d’intelletto e ha poca voglia di studiare, non può fare il  liceo, deve rassegnarsi a un percorso che conduce a ruoli subalterni”.

Lasciamo stare il carattere irrealistico delle equazioni sottese a questo sentire: è fuor di dubbio che esse non colgono la realtà, il disastro è che gli italiani se ne accorgono, ancora una volta, in negativo − constatando il naufragio delle speranze di tanti giovani adatti a “tutti i tipi di scuola” −  non in positivo, attraverso la valorizzazione economica e, soprattutto, il riconoscimento sociale dei mestieri e delle competenze tecniche: valorizzazione e riconoscimento che, già di faticosa conquista in passato, sono ora praticamente azzerati. 

La cattiva coscienza di tutta una società rimorde dunque attraverso i volti apatici di tanti ragazzi convogliati volentes nolentes verso scuole alle cui capacità di aprire un futuro migliore vogliamo continuare a credere, con pervicace speranza; colpa e vergogna, bisogna dirlo, di chi nei decenni, prima che di quella delle scuole tecnico-professionali, della dignità del lavoro non si è curato.

E poi, è un mantra ossessivo, “le scuole tecniche e professionali devono essere collegate al territorio, alle sue esigenze e alle sue risorse lavorative”. Il territorio? Che ne sa del territorio il genitore medio che lavora a decine di chilometri di distanza? Che importa del territorio al genitore medio che da anni sente ripetere che “i giovani devono essere preparati a muoversi, ad andare dovunque ci sia il lavoro”? Che ne pensa, delle risorse del territorio, il medesimo genitore medio che intorno a sé vede solo capannoni vuoti, gru parcheggiate, negozi con la serranda abbassata?

Infine, dove si iscrivono tutti i figli dei professionisti, dei manager, degli imprenditori, dei benestanti in genere? Alle scuole professionali? Non risulta.  

Ed eccoci all’ultimo punto, al “chi è senza peccato…” con quel che segue. Piuttosto che rinunciare, si parte in pellegrinaggio da un open day all’altro, alla ricerca di licei che promettano di non frapporre troppi ostacoli. Non ha aiutato il legislatore che con l’ultima riforma ha moltiplicato (o meglio, ha recepito nell’ordinamento) svariati licei “leggeri”, cioè non ingombranti gli “obiettivi formativi” tipici della “licealità” con materie notoriamente ostiche. 



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COMMENTI
22/04/2013 - Un problema non definito (enrico maranzana)

E’ condivisibile l’affermazione: “Sui motivi per cui la scuola media inferiore fatichi tanto ad orientare in senso pieno .. non bastano certo poche battute” ma, se questo nodo non viene sciolto, ogni sviluppo perde consistenza. Il discorso non avrebbe dovuto trascurare le Indicazioni nazionali per la scuola di base del marzo 2013, sarebbe stato essenziale valutare la loro congruenza con la progettazione dei processi d’apprendimento. Rimando in rete a “Quale voto MERITA il lavoro del ministro Profumo” per constatare la distanza esistente tra le problematiche educative e formative e l’assetto proposto dal ministero che, nonostante il riferimento all’insegnamento per competenze, s’ispira al modello universitario. Emblematico il fatto che di questo nessuno parli.