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SCUOLA/ Il cyber-bullismo? La colpa non è di Facebook

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Siamo anzi molto oltre la difesa della propria immagine esteriore. Un attacco alla mia reputazione online diventa una forma di disgregazione del sé, che si è andato costruendo nel tempo attraverso un’edificazione del proprio profilo pubblico.

L’altro gioco delle responsabilità, a sua volta messo in moto dai media, ma talvolta anche dagli psicologi, è quello della chiave di lettura individualistica. In altri termini, il bullo è dipinto come un soggetto anomalo. Ci si sorprende se proviene da una famiglia agiata, lo si delinea con un profilo lombrosianamente ricondotto a elementi di aggressività innata, lo si trasforma, insomma, in un caso clinico. E anche questa è una distorsione che non ci aiuta. Alla luce delle ormai celebri ricerche di Milgram, Zimbardo e Bandura, ma recentemente anche dall’italiana Chiara Volpato, il fenomeno del bullismo può essere letto in modo chiaro soltanto nell’ambito di una riflessione articolata sulle dinamiche sociali. Non esiste un’epoca storica, per quel che ne sappiamo, priva di questi atteggiamenti persecutori, e non si dà gruppo umano che, posto in determinate condizioni, non avvii una rottura degli equilibri interpersonali, così come ha brillantemente dimostrato Zimbardo con la sua teoria dell’“effetto Lucifero”. A nulla serve evocare la metafora della “mela marcia”, mentre il problema è semmai ragionare sulle responsabilità “sistemiche”. 

L’attenzione mediatica si è poi recentemente arricchita di un nuovo elemento, che potremmo definire, in qualche modo, “letterario”. Secondo un’inchiesta del New York Times siamo di fronte a una vera e propria esplosione editoriale di libri dedicati al bullismo. Si tratta di prodotti librari destinati a tutte le età: dagli album illustrati per i piccoli delle elementari, fino alle raffinate analisi riservate agli adulti. Nell’arco del 2012, i volumi in lingua inglese che tra le parole-chiave nella ricerca WorldCat sono rintracciabili digitando il termine “bullying”,  sono stati ben 1.891, aumentati cioè di almeno 500 unità rispetto ai dieci anni precedenti. A ciò sono affiancate campagne di informazione e sensibilizzazione finanziate dagli stessi editori, per alimentare la consapevolezza su un problema molto sentito. O forse per innalzare il grado di allarme e incrementare i profitti sui propri prodotti editoriali. Ma quel che sorprende, in questa vasta letteratura, è l’emergere di una sorta di curioso voyeurismo: compaiono infatti operazioni narrative che mettono al centro della rappresentazione gli stessi bulli, i gregari, o gli adulti che assistono indifferenti ad azioni di bullismo. Si tratta di un’attenzione ambigua nei confronti della zona grigia, in forza di un facile coinvolgimento, o una potente suggestione. È il noir trascinato nel mondo adolescenziale, forse letterariamente accattivante, ma non privo di rischi emulativi. 

La verità, come è giusto che sia, è che siamo di fronte a un fenomeno di notevole complessità e multifattorialità. Spiace, pertanto, che esso venga letto attraverso lenti univoche e spesso opache.



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