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SCUOLA/ Per creare lavoro bisogna cambiare la scuola media. Ecco come

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La scuola media unica, che doveva essere la più importante democratizzazione dell’istruzione in Italia, si è rivelata alla fine un boomerang, esattamente come in Francia. Lo ha bene stigmatizzato il sociologo francese Vincent Troger sullObservatoire des inégalités. Dice Troger: “La scuola media unica, che doveva essere la risposta democratica all’avvento della scuola di massa, è stata invece costruita a misura e a immagine dell’antico ginnasio elitario. Ciò ha prodotto l’ipervalorizzazione della cultura generale tradizionale. Questa scelta, fatta a misura della classe media, si è poi trasferita sull’insegnamento secondario di 2° grado, dove la cultura generale, teorica e “astratta”, ha assunto il primato assoluto nella gerarchia dei saperi scolastici, declassando tutte le forme di sapere applicato”.

Modificare questa situazione significa intervenire sull’intero primo ciclo, dando vita ad un percorso autenticamente unitario di 8 anni. Ciò sarà possibile solo attraverso l’unificazione delle condizioni degli insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado, attraverso lo stesso modello di formazione iniziale, l’omogenea organizzazione del lavoro e dell’orario di servizio, che si auspica onnicomprensivo.

Il secondo elemento è una decisa introduzione in tutto il I ciclo della cultura dell’imparare facendo, dove il “fare” non è solo manualità ma anche un nuovo apprendimento esperenziale attraverso il linguaggio delle tecnologie digitali, che bilanci il predominio di quello simbolico-ricostruttivo.

Una proposta radicale per l’istruzione professionale − Passando al II ciclo, la prima cosa da evidenziare è il clamoroso errore compiuto dal ministro Fioroni con la ristatalizzazione degli istituti professionali attraverso la legge 40/2007, che ne ha tolto la specificità e li ha omologati agi istituti tecnici. La proposta dell’ADi è radicale: l’istruzione professionale statale va abolita come è avvenuto con successo nelle province autonome di Trento e Bolzano. Occorre dare spazio all’istruzione e formazione professionale regionale, IeFP, che sta dando buoni risultati. Gli istituti professionali statali, tranne pochissime eccezioni, dovrebbero essere riconvertiti in parte in istituti tecnici, in parte in istituti di formazione professionale regionale, che impartiscano qualifiche triennali e diplomi quadriennali. 

Istituti tecnici a statuto speciale − La proposta dell’ADi per gli istituti tecnici è altrettanto radicale, prevedendo, per la sua valorizzazione, la creazione di istituti a statuto speciale. Il modello è mutuato dalle inglesi academies varate dal primo Blair alle prese con istituti secondari superiori dequalificati, collocati in aree deprivate, che voleva fortemente rilanciare. Le academies hanno mutuato il modello delle charter schools americane, oggi sostenute fortemente da Obama. In entrambi i casi si tratta di scuole pubbliche, finanziate dallo Stato, ma liberate dai vincoli burocratici. Hanno autonomia di assunzione del personale e di organizzazione del curricolo, organi di governo con la partecipazione di sponsor che possono essere di varia natura: università, imprese, singoli filantropi, fondazioni a scopo educativo, imprese. Il solo vincolo è una rigorosa rendicontazione dei risultati.



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COMMENTI
24/04/2013 - L'architettura di uno stabile senza fondamenta (enrico maranzana)

“La scuola media unica, che doveva essere la più importante democratizzazione dell’istruzione in Italia, si è rivelata un boomerang” e per giustificare l’asserzione si ricorre alla sociologia. Si tratta dell’errore che vizia tutte le analisi condotte sul mondo della scuola. Il postulato: il corretto procedere implica la ricerca delle disfunzioni a partire dall’impianto logico che ha costituito il curricolo, è calpestato. Un itinerario che, se intrapreso, svelerebbe le sistematiche elusioni e omissioni che caratterizzano la gestione scolastica. Muovono in questa direzione anche le indicazioni nazionali del curricolo della scuola di base diramate nel mese di marzo 2013, disarmoniche rispetto al vigente sistema di regole e concepite nel rifiuto “del guardare al passato”. Tesi sviluppata in “Quale voto MERITA il lavoro del ministro Profumo?” visibile in rete.