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SCUOLA/ Meglio investire nei docenti o nei pc?

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Sempre Eboli ha offerto anche almeno due dati interessanti. In primo luogo esiste una correlazione tra l’attività di apprendimento, lo sviluppo del cervello e la salute della persona. Questo carica di responsabilità la scuola che è prima di tutto il luogo primario, privilegiato in cui l’apprendimento dovrebbe avvenire. Potenziare la scuola vuol dire formare persone che saranno più “sane” psichicamente e fisicamente.

Per chi gestisce una scuola o un’università poi un’altra “provocazione” di Maria Luisa Eboli non può essere taciuta: con frutto in medicina c’è una collaborazione tra università, che fa attività di ricerca, ed ospedale, dove si curano concretamente i malati. Perché non esportare questo modello didattico  vincente nella collaborazione università-scuola? La collaborazione è sempre vincente. E lo si è visto anche in questa iniziativa in cui specialisti di vari ambiti, studiosi, insegnanti, medici si sono trovati  insieme per parlarsi, confrontarsi: tutti interessati a migliorare il proprio ambito tenendo conto delle scoperte altrui.

Del lungo intervento di Maurizio Sibillo, molto interessante il suggerimento iniziale: non si capisce perché ci debba essere una pedagogia separata dalla didattica; questo crea qualche incomprensione ed effettivamente è un nodo che va sciolto.

Innovativa è stata poi la proposta didattica del professor Pier Cesare Rivoltella per risolvere la complessità dell’interagire di tre fattori quali informazione, spazio e tempo. L’informazione oggi è troppa e non gerarchizzata; lo spazio a scuola è sempre più stretto ed occorre tenere presente la relazione tra spazio dentro e fuori la scuola. La percezione diffusa, anche nella scuola, infine è quella di non avere mai tempo a sufficienza. Rivoltella, basandosi sulle riflessioni di autorevoli studiosi ha elaborato per armonizzare questi fattori difficilmente conciliabili gli Eas, episodi di apprendimento situato. 

Solo questo tema meriterebbe una trattazione a parte. Basti qui ricordare che il principio è quello di un apprendimento “a posteriori”, con un lavoro di ricostruzione a partire da un materiale selezionato dal docente. Il tempo da dedicare a questa attività che prevederebbe unità didattiche di due ore sarebbe compensato dalla profondità della trattazione. Se questo suggerimento pare interessante per qualche argomento, molto discutibile invece mi sembra la proposta di una valutazione degli studenti sui processi e non sui contenuti. Ma questo tema, come si è detto, per la sua rilevanza e le sue implicazioni didattiche merita un’ampia riflessione a parte.

Simona Ferrari ha poi relazionato sulle sperimentazioni monitorate dal Cremit, non nascondendo alcune difficoltà o perplessità di studenti nell’uso di pc, iPad, Lim. 

Insomma. Mi sembrava rilevante condividere un’esperienza che a mio avviso non può lasciare indifferente chi si occupa di scuola e in particolare di tecnologie nella scuola. Con iniziative come questa le premesse per un lavoro fruttuoso ci sono. 



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