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SCUOLA/ Sestito (Invalsi): e se cambiassimo l'esame di Stato?

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Non vorrei, parlando di «via italiana», peccare di presunzione, perché molte cose sono solo abbozzate e ancora da costruire e, come dicevo all’inizio il ritardo anche culturale che l’Italia ha accumulato su tali materie non è certo una bella cosa. Paradossalmente però chi, come l’Italia, arriva più tardi può imparare dalle esperienze degli altri. Quindi, anziché seguire l’approccio inizialmente seguito da diversi Paesi, decisamente orientato verso la costruzione di ranking di scuole o, all’interno delle scuole, del personale, noi abbiamo cercato di di andare per così dire alla fase successiva, più matura, che quei sistemi stanno ora perseguendo, in parte con una modificazione di rotta. Di qui la valorizzazione della valutazione interna, la finalizzazione al miglioramento, l’attenzione al concetto di valore aggiunto, ai risultati cioè di una scuola tenendo conto  delle sue effettive condizioni di partenza, del contesto in cui opera, etc. Le direttrici di fondo di quella che lei chiamava «via italiana» mi sembrano quindi molto avanzate, anche se il ritardo accumulato storicamente significa che poi molti strumenti analitici ed operativi sono ancora in larga parte da costruire.

Due mesi fa lei rispose su Lavoce.info ad alcune associazioni che chiedevano un ripensamento complessivo della valutazione. Quel dibattito ha avuto il merito di evidenziare, se mai ce ne fosse bisogno, che la valutazione è un tema politico. Lei cosa si attende in questa fase?
Un sistema di valutazione è politico nel senso che presuppone una idea di come il sistema debba essere. Però quella politicità non vuol dire che occorra in continuazione riparlare dei massimi sistemi, rimettendo in discussione i piccoli passi concreti che si possono fare, che si sono fatti e che hanno un loro significato intrinseco. Credo che da questo punto di vista l’impianto previsto nel nuovo Regolamento sia un sostanziale passo in avanti, perché consente di superare le contrapposizioni del passato e parla di cose sensate e fattibili. Il ruolo che in esso viene assegnato all’Invalsi può in proposito aiutare, proprio perché l’Invalsi non ha un ruolo politico o ministeriale e non ha da imbastire trattative politiche e sindacali. Un soggetto tecnico, che operi le sue scelte in piena trasparenza e discutendo con tutti gli interlocutori, è una garanzia per mettere a punto e definire i dettagli del sistema immaginato nel Regolamento.

Che cosa chiederebbe al nuovo ministro dell’Istruzione?
L’Invalsi deve rispondere ad una grande sfida: la costruzione, insieme ad altri soggetti, di un sistema nazionale di valutazione. A questo scopo occorrono due cose: le risorse, poche ma definite più chiaramente che in passato, che servono all’Invalsi per svolgere il suo lavoro tecnico e più in generale ai nuclei di valutatori esterni di iniziare a operare, e le risorse necessarie per intervenire nelle scuole che sono in condizioni più critiche. Soprattutto là dove le criticità derivano da situazioni ambientali difficili, puntare su una spinta al miglioramento richiede anche di poter contare sulla mano amica dello Stato centrale. Altrimenti, il rischio è che il sistema di valutazione − e più in generale tutti i discorsi sulla valutazione, incluse le rilevazioni sugli apprendimenti − sia percepito non come un aiuto alla scuola, ma come uno strumento per mortificarla.

E per quanto riguarda le rilevazioni degli apprendimenti?



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COMMENTI
28/04/2013 - La scuola che mente a se stessa (Vincenzo Pascuzzi)

Condivido l'ipotesi di R.P. di eliminare l’esame di Stato e sostituirlo con uno scrutinio che promuova o no e magari sconsigli questo o quel percorso universitario. Così si eviterebbe l’inutile cerimonia estiva che blocca 500mila persone e famiglie. Inutile perché i 5 o 10mila bocciati possono essere più semplicemente individuati dai c.d.c. nello scrutinio. Costosa per la collettività: il costo stimato ammonta ad almeno 1 o 2 mld di euro dispersi in attività formali, cerimoniali, con bolli, timbri, plichi (sia pure elettronici grazie a Profumo). L’inutilità sostanziale di quest’esame finale dovrebbe portare a ragionare anche sulla valutazione effettuata annualmente dai docenti e dai c.d.c. Bisognerà prima o poi ammettere e riconoscere che questa valutazione è in buona parte (al 50%?) fasulla e di comodo. Serve a occultare la situazione reale degli apprendimenti che non è quella certificata dai voti, dalle promozioni, dai diplomi. È una situazione da essi solo rappresentata e che nasconde le difficoltà di alcuni studenti, l’ignavia di altri, le troppe materie curricolari, i metodi di insegnamento non più attuali né ottimali, le scuole che non vogliono perdere studenti rischiando l’accorpamento, il Miur e i ministri che non vogliono sfigurare nei confronti e nelle medie internazionali. Se la scuola non si dice la verità, non potrà essere migliorata nella sostanza. Per gli aspetti formali, ci penserà l’Invalsi con i suoi test, ma non è detto! E non è questa una soluzione!

 
27/04/2013 - Credere, obbedire, quizzare (Vincenzo Pascuzzi)

1) Sembra che i ruoli tra Miur e Invalsi si stiano invertendo per quanto riguarda la valutazione e non solo. Il fornitore (Invalsi) sta dicendo al committente (Miur) di cosa ha bisogno la Scuola, non viceversa. Il titolo redazionale all’intervista è un assist in tal senso. Dovrebbe infatti essere il ministro e il Miur a proporre cambiamenti all’esame di Stato. 2) Sulla carta, Invalsi si occupa di valutazione e merito altrui, ma a lui nessuno lo valuta o controlla. A cominciare dai suoi vertici che sono nominati in via straordinaria, non tramite concorso. Invalsi dice, autocertifica che opera al meglio e bisogna solo fidarsi! 3) Al momento è in una fase pubblicitaria-promozionale, forse un po’ impensierito da chi nutre “molta diffidenza e opposizione verso il suo lavoro”. Perciò ha approntato un opuscolo illustrativo destinato agli studenti - l’80% dei quali ha meno di 13-14 anni - non ai genitori o ai docenti. Anche le interviste rientrano nell’attività promozionale. Invece depliant e interviste dovrebbero essere prerogative del ministero e del ministro in prima persona, con lui il mondo della scuola dovrebbe potersi confrontare e ragionare di valutazione e Invalsi. Si è creata una situazione di rapporti anomala. 4) Invalsi impone le prove a quiz in forza di una legge, interpretata però in modo estensivo, supportato da quei presidi che sperano di essere poi ricambiati dal Miur con l’incarico di veri presidi-manager (che scelgono i docenti, ecc.).

 
27/04/2013 - L'aspirina quando non si sa diagnosticare (enrico maranzana)

All’origine dell’Invalsi c’è l’Europa, non un’esigenza (vitale) del sistema educativo. Di qui il “sentirlo” un corpo estraneo. Ben diversa sarebbe stata la situazione se il “controllo esterno” (susseguente) fosse accompagnato da misurazioni interne (antecedenti e concomitanti). Sorprendente il fatto che nessuno osi addentrarsi nei meandri dell’organizzazione e della gestione scolastica. Perchè nessuno vigila e ha vigilato sulla la corretta applicazione delle regole? Non esiste POF in cui gli obiettivi formativi/educativi/dell’istruzione sono enunciati! In rete "Coraggio! Organizziamo le scuole" mostra l'ambiente disegnato dal legislatore (297/94) che, se fosse stato concretizzato, avrebbe fatto evaporare le incomprensioni sulla funzione dell'istituto romano.