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UNIVERSITA'/ Lenzi (Cun): numero chiuso? No, "programmato"

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«È sbagliato chiamarlo numero chiuso; chiamiamolo numero programmato». A dirlo è Andrea Lenzi, presidente del Cun (Consiglio universitario nazionale), a commento della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che due giorni fa, pronunciandosi sul caso Tarantino and Others vs. Italy, ha stabilito che le prove d’accesso alle facoltà universitarie a numero programmato non violano l’articolo 2 del protocollo n. 1 della Convenzione europea sui diritti umani. In pratica, che non sono in contrasto con il diritto all’educazione. 

L’evento ha avuto ampia eco sui giornali di ieri. Gli studenti temono le astruse batterie di quiz che sbarrano  - o «selezionano» - l’accesso alla facoltà che sta in cima alle loro aspirazioni professionali. Famoso, nel 2011, il caso della grattachecca: si trattava di rispondere, tra gli altri, ad un quesito che, al di là dell’espressione romanesca, richedeva un ragionamento di tipo deduttivo. «Anche un coglione lo sa» disse Luigi Frati, rettore della Sapienza, replicando alle polemiche.

I ricorrenti sono tutti dell’area infermieristica: uno ha fallito per tre volte il test d’accesso a medicina, sei sono stati bocciati a odontoiatria, un altro è stato escluso da medicina per non aver dato un esame in otto anni. Andrea Lenzi, oltre che presidente del Cun, è ordinario di endocrinologia nell’Università La Sapienza di Roma.

Professore, dunque il numero chiuso non lede il diritto allo studio.
È sbagliato chiamarlo numero chiuso; chiamiamolo numero programmato. Diciamo che «la porta è chiusa», ma che «la cassaforte ha un’apertura programmata per evitare i furti»: ha un altro significato, no? Usiamole, queste sfumature, visto che l’italiano è una lingua ricca e così bella.

Perché dice questo?
Perché oggi nessuno Stato civile può permettersi di far iscrivere chiunque a una laurea come medicina, che presuppone che uno quando arriva in fondo faccia il medico e non il giornalista, per fare il quale, senza nulla togliere al valore della professione, 11 anni di studi sono troppi. E soprattutto, sono costosi, perché per fare un laureato in medicina serve molto più che un’aula: servono il laboratorio, la corsia di un’ospedale, i pazienti. Differenze abissali in termini di costi rispetto ad una laurea umanistica.

Cosa abbiamo sbagliato?
In Italia siamo stati per anni ridicolmente al di sopra della media Ocse del numero di medici per mille abitanti. Quando mi sono laureato io, nel ’77, avevo tre opzioni: andare in casa farmaceutica, dove mi avrebbero assunto subito; avere un posto di ruolo al San Camillo, dove c’era un bando che avrei sicuramente vinto perché c’erano un sacco di posti; oppure fare il ricercatore gratuito volontario, come poi ho fatto per dieci anni. Tempi lontani anni luce: c’era un mercato del lavoro ancora molto aperto, ma ci si iscriveva in 30-40mila e si arrivava in fondo in 2-3mila…

Dunque la programmazione è indispensabile.



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