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SCUOLA/ Recalcati: il vero maestro? Un "sergente nella neve"

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Ma questo è solo il côté padronale-repressivo della rappresentazione edipica della scuola. Vi è anche un importante fattore dinamico, propulsivo: infatti, nella misura in cui esiste un forte patto generazionale tra insegnanti e genitori, si innesca inevitabilmente una dimensione conflittuale. Da un lato la scuola edipica genera obbedienza senza critica, dall’altro innesca moti di conflittualità: figli contro genitori, allievi contro insegnanti. Si possono leggere così le grandi contestazioni del ’68 e del ’77.

Lei come interpreta quel conflitto di generazioni?
Come lo sfibrarsi del cemento edipico. Perché l’allievo non vede il proprio insegnante solo come la rappresentazione ideale del sapere. In Edipo il padre è al tempo stesso versione dell’ideale e ostacolo sul cammino di liberazione del proprio desiderio; così, all’adorazione del padre corrisponde, inevitabilmente, anche il voto di morte verso di lui. «Libertà di apprendimento!» è uno degli slogan che la mia generazione, quella del ’77, opponeva alla retorica della libertà di insegnamento.

Figli contro padri, allievi contro docenti, dunque.
Conflitto tra desiderio e principio di realtà. La scuola edipica punta ad adattare i soggetti alla realtà, ma perseguendo questo scopo genera il rifiuto di questo adattamento e l’opposizione alla realtà alla quale vorrebbe uniformare il soggetto. «Sperimentazione», «autogestione», sono tutte parole che hanno segnato la contestazione, è vero, ma che innanzitutto rientrano nel fantasma edipico. Cioè nel conflitto mortale, simbolico, tra le generazioni.

Come si passa da Edipo a Narciso?
Il complesso di Narciso ha come primo atto lo sfaldamento della marcatura simbolica della differenza generazionale. Potremmo dire che la scuola dominata dal complesso di Narciso è la scuola che va dagli anni Ottanta e Novanta fino alla grande crisi finanziaria dei giorni nostri. Narciso è una figura la cui tragedia è immensamente diversa da quella di Edipo: quest’ultimo è il conflitto con la legge e il padre, Narciso invece si perde nella propria immagine. Vince non la dimensione della conflittualità, ma della pura specularità.

Tende ad annullarsi anche la differenza tra genitori e figli?
Sì, ma in un senso ben preciso che Freud ci aiuta a capire là dove dice che un figlio ha sempre a che fare con il narcisismo inconscio rinato del genitore: «farai quello che non ho fatto»; «non avrai ostacoli nella tua vita, e se ci saranno li appianerò»; «hai un insegnante rompiballe? Ti cambierò scuola», e via dicendo.

È questo l’ultimo grado di sviluppo della scuola?
Senza dubbio. È il passaggio dalla dissimmetria alla simmetria, dalla gerarchia alla orizzontalità delle funzioni. Quando il patto generazionale tra insegnanti e genitori, fondato sul fantasma, si sfalda, i genitori si alleano con i figli e lasciano gli insegnanti nella più totale solitudine a rappresentare quel che resta della differenza generazionale, e a supplire la funzione del genitore. E questo ingenera una grave confusione simbolica.

E quando Narciso sale in cattedra?



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