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SCUOLA/ Recalcati: il vero maestro? Un "sergente nella neve"

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Narciso esige l’abolizione dell’ostacolo, del limite, della soglia. Chi premia la scuola del narcisismo? Chi ripete lo stesso, cioè il mio; io, docente, premio l’altro nella misura in cui entra in una relazione di identità col mio sapere. È l’inevitabile riduzione dell’apprendimento al plagio. È evidente dunque che qualcosa accomuna Narciso a Edipo e precisamente la tendenza a non valorizzare la soggettivazione «storta» del sapere. Mi limito a rilevare, senza approfondirlo, il rischio che nella scuola di Narciso incombe sulle pratiche di valutazione.

Qual è il destino dell’insegnante nel passaggio ideal-tipico che lei descrive?
Per un verso la sua proletarizzazione economica, che non è mai stata come oggi. La precarizzazione sociale dell’insegnante è in grave contrasto col suo ruolo educativo, che si vorrebbe sempre più fondamentale in quando candidato a supplire all’assenza di legge edipica nelle famiglie. È la totale schisi tra la funzione del docente e il suo senso: una frattura totale tra il valore, giudicato inestimabile, delle persone cui affidiamo i nostri figli, e il loro riconoscimento sociale nullo. Lacan direbbe che la scuola di oggi è un corp morseillé, un corpo in frammenti. Come le persone che la frequentano.

L’assenza di uno «specchio sociale» che riconosca il valore di chi insegna, cambia anche la trasmissione del sapere?
Al godimento della sublimazione, che è il godimento del sapere, subentra un godimento sempre più antisublimatorio. I programmi di studio si riducono, le pagine si pesano, i programmi si semplificano; aumenta la disaffezione alla lettura e alla pratica con i testi. Quando salta la dimensione simbolica della differenza generazionale, come avviene nella specularità narcisistica, anche la parola si trasforma. Perde peso: «la scuola? Sono solo parole». Il web è inevitabilmente complice di questa trasformazione.

Può fare un esempio di quanto sta dicendo?
Prendiamo la classica ricerca sui fiumi della Lombardia. Ai nostri tempi era basata sulle cartine, su un lavoro complesso, che definirei «di scavo». Probabilmente presupponeva anche qualche sopralluogo. Ora non più: si va sul web, si cerca qualcosa e lo si stampa: voilà, ecco la ricerca. La dimensione dell’esperienza è totalmente evasa da un sapere prêt-à-porter, che genera − lo sappiamo come clinici − una nuova, inedita anoressia mentale, strettamente dipendente dal sapere a-disposizione. Da qui il tema del diritto alla sconnessione, alla pausa. Ma nella scuola di Narciso questa pausa non è possibile, perché i corpi sono nella specularità.

È questo il destino ultimo della scuola? L’identico, lo specchio, la dissoluzione?
No; la nuova epoca della scuola, nella fase della sua massima crisi, è quella di Telemaco. Telemaco è diverso sia da Edipo che da Narciso. In Omero, Telemaco viene rappresentato bello «come un dio» quando scende nella sua casa invasa dai proci a difendere l’onore della madre. C’è in lui ancora qualcosa di Narciso, e cioè la bellezza; ma è anche prudente e saggio. Ciò che distingue Narciso e Telemaco in realtà è la pulsione scopica.

Una tensione a vedere, dunque. Vedere che cosa?



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