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SCUOLA/ Recalcati: il vero maestro? Un "sergente nella neve"

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Edipo si acceca perché il suo occhio ha visto quello che nessun umano dovrebbe mai vedere: è colpevole dei due peggiori crimini possibili, giacere con la propria madre e uccidere il proprio padre. Lo spegnimento dello sguardo di Edipo ha a che fare con la caduta della colpa sul soggetto. Vivendo il padre solo nella dimensione del conflitto a morte, il suo dramma è quello di chi vive la legge solo come repressione del desiderio: esattamente quello che hanno fatto il ’68 e il ’77. Al posto della legge potremmo anche dire «l’istituzione». Il tempo di Edipo si preclude la possibilità di cogliere che senza l’istituzione, senza la legge, il desiderio resta privo di ogni possibilità generativa.

È questo, invece, il desiderio di Telemaco?
Telemaco, diversamente da Edipo, tiene l’occhio aperto: guarda il mare, e aspetta che dal mare torni qualcosa del padre. Non solo attende, ma si muove lui stesso, e con le navi «concave e nere» va a cercare notizie del padre. Edipo vive il padre come un antagonista, Telemaco invece attende il suo ritorno perché sa che solo il ritorno del padre potrà reintrodurre la legge nel campo chiuso del godimento incestuoso che si consuma nella casa, invasa com’è di suoi coetanei. La dimensione dell’incesto su cui si fonda la scuola narcisista della confusione dei ruoli, dell’immedesimazione reciproca, dell’assenza di legge, ha generato l’orgia dei proci.

Come cambia la visione secondo Telemaco?
Telemaco è la chiave per leggere un fattore fondamentale che io vedo soprattutto nella scuola superiore, perché la scuola primaria meriterebbe un discorso a parte: lì infatti, come dicevo, sussiste ancora qualcosa dell’elemento edipico, mentre gli adolescenti attuali sono il rifiuto, l’opposizione, la proclamazione dell’insignificanza del sapere. In realtà, anche questo rifiuto, o il suo esito − le «parole vuote» di cui si parlava − costituiscono una domanda: la domanda che torni qualcosa di credibile del padre, qualcosa che sia capace di testimoniare che la legge non è antagonista del desiderio, ma è il suo supporto.

Dunque i giovani di oggi guardano l’orizzonte, come Telemaco.
Sì. D’altra parte sappiamo che il tempo in cui l’autorità dell’insegnante prolungava l’autorità del padre, della famiglia e perfino di Dio, è finito. Dal mare non tornerà il padre vittorioso di Troia; dal mare torna un mendicante, che il figlio − ecco il punto centrale − non riconosce. Sarebbe nostalgico proporre la figura di Telemaco come l’attesa beckettiana di un Godot, perché Godot non arriverà mai. Quello che torna non è Godot. La scuola non sarà mai più quella di prima.

Ma allora qual è l’antidoto alla crisi, al non-riconoscimento del padre? Chi sbarca sull’isola?
Il padre che torna non è il padre-monumento, il padre del sapere, il padre dell’autorità della legge, il padre dell’ideale. Io dico che è il padre della testimonianza. È il padre che sa sostenere una promessa. Questo è il punto. Telemaco non lo riconosce, perché non è più il padre di sangue. I padri, nell’epoca dell’evaporazione del padre, si incontrano ovunque, anche nelle cose.

Nelle cose?



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