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SCUOLA/ Serravalle (Aie): il "blitz" digitale di Profumo sbaglia i conti

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È in proposito significativo che nel 2008 l’articolo di legge che introduceva l’uso del digitale nella scuola italiana, dopo il tentativo legislativo non andato a buon fine del 2005, s’intitolasse “costo dei libri scolastici” e non “avvio di un processo di trasformazione della didattica e del dialogo educativo attraverso un uso intelligente delle nuove tecnologie della comunicazione”.

Ed è altrettanto significativo che quella “riforma” davvero decisiva non venisse valorizzata  dall’investimento delle risorse necessarie alla molteplicità di interventi da avviare subito perché il cambiamento rappresentasse in modo tangibile un progresso per il paese e per le giovani generazioni, e non un’ipotesi di risparmio per le famiglie. D’altronde la crisi era già in cammino, anche se non ancora ai livelli ed alla velocità di oggi. E tutti hanno fatto quel che potevano.

Ne è prova il decreto attuativo n. 41, emanato nel 2009, che ha avuto il merito di individuare una gradualità che ha comunque funzionato, sia pure a corto di risorse pubbliche, attivando anche nelle case editrici uno sforzo di adeguamento tanto più impegnativo in una fase di crescente crisi economica per tutte le aziende e di perdurante incertezza nella scuola.

E meglio ancora avrebbe funzionato se le migliori intenzioni pur presenti nella scuola e nell’editoria non avessero dovuto fare i conti con il perverso blocco sessennale e quinquennale di adozioni ed edizioni (il famigerato art. 5 del decreto-legge 137/2008) che ha messo seriamente in difficoltà il processo che si stava faticosamente avviando nelle scuole e nelle case editrici, a tutto vantaggio del  mercato dell’usato, la cui logica è opposta a quella dell’innovazione.

E ciò vale per tutti i prodotti, non solo per i libri scolastici. 

Il rilancio effettuato nel 2012 dall’Agenda digitale, e dall’articolo 11 della legge 221, punta di nuovo e con rinnovata decisione allo sviluppo delle nuove tecnologie nella didattica e nei processi di apprendimento, cancellando innanzitutto l’ignominia dei blocchi, restituendo agli insegnanti la quota di autonomia confiscata in materia di scelte adozionali ed agli editori la libertà di innovazione. Questo è sicuramente un dato positivo, ma come è accaduto in passato si finisce con lo scommettere sul risparmio delle famiglie per l’acquisto dei “contenuti” culturali, risparmio ancora da verificare nella sua reale entità (Iva sui prodotti digitali al 21% permettendo) e da destinare comunque all’acquisto o alla fruizione onerosa dei supporti, senza i quali i contenuti non cartacei  non sono accessibili.

Ancora una volta mancano prospettive e quantificazioni realistiche delle risorse pubbliche e private necessarie, credibili solo se si riescono a coniugare ragionevolmente traguardi sostenibili condivisi, da raggiungere alle relative improrogabili scadenze; periodiche verifiche dello stato di avanzamento dei processi che impegneranno tutti gli attori; eventuali priorità da segnalare e soddisfare tempestivamente per non avviare anche su questo terreno, davvero decisivo per il nostro futuro, il gioco allo scaricabarile così caro agli italiani. 



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COMMENTI
08/04/2013 - Lode al buonsenso (Franco Labella)

Ogni tanto mi capita, qui ed altrove, di leggere contributi relativi alla scuola che si caratterizzano, innanzi tutto, per il buonsenso. Rara avis. Con l'età che avanza mi vado sempre più convincendo come il buonsenso sia sempre meno senso comune. Ed è anche per questo che voglio esprimere, per quel che vale e con la mente rivolta anche a qualche commentatore "entusiasta tecnologico" del Sussidiario, il mio plauso e la mia convinta adesione e sottoscrizione a quanto scrive Ethel Serravalle. E se l'autrice non s'offende vorrei far anche osservare che, in tempi di "rottamazione" e di "nuovo che avanza arretrando", il contributo di saggezza e lungimiranza di chi ha una qualche esperienza e presenza nel mondo reale della scuola (per la Serravalle anche con incarichi politici di rilievo di cui conservo un personale buon ricordo) è decisamente più produttivo rispetto ai tanti "nuovi" che improvvisano e orecchiano. Non siamo un Paese per "vecchi". E manco per i giovani purtroppo. Speriamo bene. E' l'unica cosa che ci rimane, ahimè, la speranza. Del buonsenso almeno.