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SCUOLA/ Ripensiamo l'orientamento o tanto vale chiuderla

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Il tema dell'orientamento, come si vede, ci porta inevitabilmente al cuore dei problemi, cioè la qualità dei docenti e dell'offerta formativa, come anche della stessa struttura gestionale ed organizzativa. Secondo un’etica della responsabilità. Capace di garantire ai nostri studenti le migliori opportunità per il loro (e nostro) futuro. In attesa della maturità a 18 anni perché, ad esempio, non consentire alle scuole il ridisegno, su standard e verifiche nazionali, dell'ultimo anno delle scuole superiori? Con una organizzazione scolastica pensata, per i licei come per gli istituti tecnici, in relazione alle possibili scelte universitarie dei propri studenti, con classi aperte e quadri orario dinamici? Daremmo una mano concreta ai giovani d'oggi, visti i tassi di abbandono al primo anno di università (18,5%) ed il crollo degli iscritti (-13,5% in sei anni).

Quale futuro possiamo, poi, garantire al nostro territorio, se le nostre imprese assumono (quando assumono) solo per il 14,5% laureati, solo per il 40,9% diplomati, rispetto al totale delle assunzioni? Di contro al 30% di laureati dell'Olanda e della Gran Bretagna, del 22% della Germania, della Francia, ma anche della Spagna. Con una media Ue del 27%. Mentre cioè in tempi di contrazione della disoccupazione gli altri Paesi puntano sui laureati, noi invece crediamo ancora, come sistema Paese, di garantirci un futuro attraverso la sola “arte di arrangiarsi”. Altri dati fanno pensare. La percentuale di laureati nelle nostre classi dirigenti (dai 30 ai 40 anni) è il 15,4%, in Inghilterra del 44,3%, in Germania del 62,7%, in Spagna dell'86%, in Francia dell'89,9%. Dati forniti dalla Luiss di Roma.

Ci sono poi i laureati che svolgono mansioni lontane dal proprio percorso di studio: in Italia siamo al 30,5%, in Spagna, a Cipro ed in Irlanda al 38%, in Francia al 26%, in Germania al 18%, con una media europea del 22%. Questo per dire che le lauree non hanno tutte lo stesso valore. I nostri laureati nel 2008, ad un anno dalla laurea, lavoravano per l'84,6%, nel 2010 per il 62,6%. Non ho sottomano gli ultimi dati, ma già li immagino. Lo squilibrio tra domanda e offerta di laureati vede (dati 2010) gli ingegneri in attivo di 19.700 posti di lavoro, i laureati in economia e statistica in attivo di 14.600, i medico-sanitari in attivo di 7.800, i giuristi in attivo di 3.800.

Tutte le altre lauree risultano in passivo, in particolare i politico-sociali di 15.100, i letterati di 10.200, i linguisti di 7.000, gli psicologi di 4.400, gli architetti di 3.700, i geo-biologi di 3.200, i laureati di educazione fisica di 1.400, quelli scientifici di 1.200, gli agrari di 700, i farmaceutici di 600, come quelli dediti all'insegnamento primario. La scuola e l'università devono, in conclusione, aiutare concretamente gli studenti a scegliere, sulla base di informazioni chiare e complete. Ma l'informazione da sola non basta. Va accompagnata da percorsi formativi capaci di far emergere talento, passione, sensibilità, dedizione. Con un occhio particolare ai possibili sbocchi occupazionali. Sapendo, comunque, che molte professioni dei prossimi anni oggi ancora non le conosciamo.



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COMMENTI
07/04/2013 - Indeterminatezza e deresponsabilizzazione (enrico maranzana)

Non è sufficiente enunciare il problema .. anzi. La questione da affrontare è un’altra: perché il servizio scolastico ha perso efficacia e credibilità? Rimando in rete a “Chi ostacola la riqualificazione del lavoro del docente?” che illumina la scena con luce insolita per smascherare i responsabili del disfacimento scolastico. E’ proprio vero “ci vorrebbe una didattica nuova” “una didattica laboratoriale” proprio quella indicata con vigore (prescritta?) dai regolamenti di riordino; è proprio vero, si dovrebbe orientare la didattica “all’apprendimento, non a uno studio utilitaristico” e non si dovrebbe dimenticare l’intreccio esistente tra il significato di apprendimento e l’imparare: una competenza non può essere insegnata, si acquisisce praticandola. In questa direzione muovono, inascoltati, la legge Moratti che ha sostituito il termine scuola con “Sistema educativo di formazione e istruzione” e il DPR sull’autonomia che ha posto la progettazione a fondamento della vita della scuola.