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SCUOLA/ Inglese (e non solo): così i docenti Clil "migliorano" la riforma

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La prima è l’indicazione di un livello minimo di competenza, B2 nel Common European Framework, cioè uno studente che con la lingua fa, abbastanza bene, quasi tutto quel che gli necessita di fare, in tutti gli ambiti di utilizzo ordinari, lavorativi ed accademici. La seconda è l’apertura a qualsiasi “testo” ed area, sotto la generica etichetta di “cultura”; sulla superficie una grande possibilità per la professionalità del docente, ma che evidenzia, come direbbe Oscar Wilde per coloro che “go beyond the surface”, la scelta per le L2 di voler azzerare, a livello legislativo, un dato di tradizione di insegnamento, fatto di contenuti significativi, quasi del tutto legati alla tradizione letteraria, e del loro radicarsi nella narrazione cronologica, dove un uomo del presente apprende da quello del passato, e così facendo lo “modifica”, cioè lo rende vivo e presente oggi. D’altra parte l’apertura alla molteplicità dei testi e dei contesti costituisce una indubbia sollecitazione a fare quanto ogni docente, non solo, ma soprattutto quello delle L2, ed in particolare della lingua inglese, dovrebbe fare sempre: cambiare, innovarsi, perché il contenuto della sua disciplina cambia, per la decadenza dell’inutile, per la ricomparsa di quanto andato perduto per errore o dimenticanza, per comparsa di nuove dinamiche ed aree di pertinenza, ed in altri infiniti modi, che non appaiono tutti sempre  e simultaneamente, ma emergono storicamente e contestualmente. Non si tratta di inseguire mode, ma di accettare che lo statuto della disciplina sia dettato dalle “cose”, parola semplice ma non banale. “No ideas but in things” non è solo il motto dell’Imagismo. Esistono le “cose”, ed un lavoro di conoscenza delle stesse che è  ricerca, studio,  docenza, meta-riflessione, e poi di nuovo ricerca, studio, ed ancora docenza, nella verifica continua di una ipotesi interpretativa ambiziosa, per la sua pretesa di disegnare la mappa non di una terra, ma del cielo stesso. Perché tali sono le “cose”.

La terza indicazione, dopo quella del livello di competenza e l’apertura delle L2 a “testi” (dietro cui si cela, assai poco in trasparenza, la sollecitazione ad allargare l’esposizione alla lingua viva e reale oltre l’area letteraria, ormai evidentemente ritenuta non sufficiente, cosa che mi trova concorde)   riguarda il Clil, Content and language integrated learning, previsto per l’inglese per tutti nella classe terminale dei licei, e per il linguistico in due lingue, una a partire dal terzo anno e l’altra dal quarto. Anche senza voler ricostruire la complessa articolazione dei passaggi che dalla Comunità europea hanno portato il Clil nella scuola italiana, è evidente che chi lo ha voluto, e fortissimamente voluto, ambisce in qualche modo a porre fine a quel ritardo nella preparazione linguistica che è il mea culpa storico dell’italiano medio.



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