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SCUOLA/ Inglese (e non solo): così i docenti Clil "migliorano" la riforma

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L’atto legislativo dell’introduzione del Clil ha le sue pecche, in sé; ad esempio ignora la presenza fra i docenti Dnl e L2, tutti madrelingua L1, cioè italiani, di madrelingua di L2 magari in possesso di una laurea conseguita all’estero, ma non spendibile come docente Clil. Inoltre prevede l’introduzione  del Clil con la sola eccezione del linguistico, nella sola classe terminale, senza un percorso precedente, pur auspicato a gran voce? Sorvoliamo sul fatto che l’atto legislativo ha mandato tutti i docenti dei linguistici in classe a settembre 2012 senza l’abilitazione Clil richiesta dalla norma, salvo poi essere ora all’opera per fornirla attraverso i corsi di 20 CFU gestiti dalle università, ma ancora in cantiere o, nella migliore delle ipotesi, di imminente inizio, ad un mese e mezzo circa dalla chiusura dell’anno scolastico.

Ma cosa sta effettivamente succedendo al mondo della scuola oggi per quanto riguarda le L2?  Qualcuna delle questioni buttate sul piatto è stata raccolta? Una sicuramente sì, non fosse altro che per la complessità nel processo di formazione professionale che ha messo in campo, dovendo formare come docenti Clil almeno i 16mila docenti Dnl (cioè di discipline non linguistiche, anche se il termine inglese, “Content teacher”, mi sembra decisamente più preciso) dei linguistici che oggi, e molti da settembre 2012, rispettosi dell’obbligo di legge, vanno in classe e fanno Clil in arte, fisica, matematica, filosofia, scienze naturali, musica, ed anche scienze motorie (per magari dover poi vivere la frustrazione di capire, per meccanismi calati dall’altro, che non possono continuare il lavoro intrapreso o, a volte, solo immaginato). Non sempre si sentono pronti, spesso provano su piccole parti, chiedono la collaborazione del docente L2, qualche volta la ottengono, qualche volta si arrangiano da soli, cercano materiali, ed indicazioni, sulle tante domande che emergono lavorando. Non sono, per chi è all’opera, solo domande e richieste esplicite od implicite di aiuto, cioè di formazione, sulla propria competenza linguistica, ma anche sui contenuti: quali, quanti, come, e come valutare? Perché valutare vuol dire farsi una domanda ardita, non “Gli studenti hanno studiato?” ma “Gli studenti hanno imparato”? 

Più si procede, più le domande diventano stringenti, ed occorrerebbe un confronto ampio, con un collega di L2, certo, ma anche con un altro collega Dnl impegnato nella stessa fatica: tuttavia questo è raro, semplicemente perché il docente di fisica magari è l’unico nel proprio istituto a fare fisica. La collega di Clil fa arte, e magari non in inglese, ma in francese. Lo statuto epistemologico della disciplina, grazie al cielo, si impone da sé; non si fa fisica come si fa arte, e se poi cambia pure la lingua, beh, filosofia in tedesco, cioè con il “testo” (orale o scritto che sia), per i più arditi, non è filosofia in inglese. Non è solo una questione terminologica ma di sintassi del testo stesso nella sua globalità. Diventa quindi importante vedere un altro all’opera e ascoltare la sua riflessione, magari con qualche “ spunto” per una meta-riflessione che sia sostenibile perché dettagliata ed articolata. 



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