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SCUOLA/ Regolamento, prove Invalsi, docenti: il cerchio non si chiude

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Due elementi, in tale capitolo, ci sembra dovrebbero essere attentamente considerati dai soggetti che, all’interno del Sistema nazionale di valutazione italiano, interverranno a valutare le scuole. 

1. Attribuire molta importanza ai risultati ottenuti dagli studenti significa rischiare di utilizzare modalità di valutazione in cui gli insegnanti “vengono puniti o premiati per risultati che sono al di fuori del loro controllo” (p. 35). Risulta infatti difficile stabilire lo specifico contributo che un docente dà alle performance dei suoi studenti. “L’apprendimento è infatti influenzato da molti fattori: le capacità degli studenti; le loro aspettative, la motivazione, il comportamento, il supporto che ricevono dalla famiglia, l’influenza del gruppo dei pari, l’organizzazione della scuola, le risorse in termini di strumenti e attrezzature, la struttura del curricolo, i contenuti disciplinari. Inoltre gli interventi degli insegnanti hanno caratteristiche cumulative: in un dato momento, lo studente è influenzato anche dagli insegnanti che ha avuto in precedenza. Il riferimento puro e semplice ai risultati standardizzati riflette molto di più dell’impatto che il singolo insegnante ha sullo studente” (p. 35). 

2. Occorre attivare un sistema in cui gli insegnanti e i dirigenti scolastici condividano e lavorino nello stabilire gli obiettivi di apprendimento degli studenti e le modalità di valutazione dei progressi verso il raggiungimento di tali obiettivi. 

Tenere conto di tali elementi significa, a nostro avviso, affrontare con gli insegnanti la riflessione sul concetto di sviluppo (il proprio e quello degli studenti) come percorso non unidirezionale, fatto di guadagni e perdite, di continuità e discontinuità, nel quale ogni scostamento marginale può condurre a risultati diversi e mettere in evidenza il gioco dei vincoli e delle possibilità. Se si vuole ottenere davvero un cambiamento occorre incidere sul nucleo profondo delle teorie che ogni insegnante si è costruito e alle quali spesso è stata condotto anche da informazioni non del tutto corrette ricevute da fonti non scientifiche. Ma vuol dire anche fornire un modello esplicativo che permetta di “comprendere” il comportamento degli allievi e quindi di mettere in atto le azioni più corrette.

Il vero nodo della valutazione, pertanto, consiste nel chiedersi in quale misura si riesce a incidere sulle teorie a cui ogni insegnante, consapevolmente e inconsapevolmente, fa riferimento: non tanto le teorie esplicite, dichiarate, quanto le teorie ingenue che stanno a fondamento dell’azione in classe. La valutazione non può pertanto non accompagnarsi a una seria azione di formazione, che permetta agli insegnanti di appropriarsi delle teorie pedagogiche e didattiche a livello di azione e non soltanto di dichiarazione. 

Gli insegnanti necessitano però anche di un feedback della propria azione accompagnato dal riconoscimento del proprio impegno attraverso la possibilità di discutere della propria azione con  una persona qualificata. Non a caso nei documenti dell’Oecd si parla di “recognition”.

Le esperienze realizzate con numerosi docenti di tutti i livelli di scuola ci hanno consentito di verificare come tale riconoscimento debba essere realizzato in primo luogo dal dirigente scolastico, il quale può svolgere un ruolo fondamentale nell’autoriflessione del docente sulla propria attività. Autoriflessione che, come evidenziano gli studi della ricercatrice americana Darling-Hammond, non si fonda sui risultati di test e su procedure standardizzate, ma fa invece ricorso a modalità narrative, a scambi fondati sulla condivisione di obiettivi e non sull’espressione di valutazioni oggettive. 



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COMMENTI
09/04/2013 - Il carro davanti ai buoi e i presidi finlandesi (Vincenzo Pascuzzi)

1) Bell’articolo esaustivo. Mette a fuoco importanti punti critici ignorati dalla faciloneria ministeriale. 2) Miur invece vorrebbe porre il carro davanti ai buoi, che però non sono nemmeno tali ma ancora teneri vitellini! 3) L’Invalsi dovrebbe essere trasparente e verificabile, appare invece come una scatola nera e misteriosa, come un esecutore acritico di ordini e indicazioni ministeriali. Miur sembra avergli dato completa carta bianca. Basta vedere l’avanzata pervasiva dei test nelle varie discipline e fino all’esame di Stato. 4) Un aspetto non affrontato da A.R. (non era sua competenza) è quello dei costi o meglio del rapporto costi/benefici. Quante risorse (umane e soldi) assorbe l’Invalsi, quante l’effettuazione delle prove? Partiranno ancora da Frascati “21 Tir di carta”? Non c'è internet? 5) Conclude A.R.: «l’ottima riuscita degli studenti finlandesi nelle prove del Pisa si accompagni all’assenza di strutture nazionali per la valutazione dei docenti e invece al ruolo del d.s. come leader pedagogico, responsabile degli insegnanti della propria scuola e delle misure per migliorarne la qualità». Opportune due osservazioni: a) Le risorse finlandesi dedicate alla scuola sono pari a UNA VOLTA E MEZZA quelle italiane: 7,2% del Pil a fronte del 4,8%. b) Qualche associazione di presidi italiani ne approfitterà per rivendicare il c.d. preside-manager, cioè maggiore autonomia, risorse e potere per i d.s. stessi (il c.d. preside-padrone o sceriffo, secondo alcuni).