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SCUOLA/ Tfa, le università suonano il de profundis

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Un’altra carenza all’interno dei Tfa è rappresentata dai laboratori disciplinari e pedagogici-didattici, esplicitamente richiesti dal decreto (art. 10 comma 3 lett. c, lett. d). Spesso non  sono stati attivati. Eppure i  laboratori, quando bene condotti, insieme al tirocinio sono stati i momenti più apprezzati dai tirocinanti delle vecchie Ssis. Le figure più titolate a condurli potrebbero essere − se in possesso delle competenze necessarie − proprio i tutor coordinatori, perché il laboratorio deve avere un’impostazione fortemente attiva, capace di riprodurre il più possibile la didattica d’aula: questo è quello che chiedono i corsisti. Altrimenti si ricadrebbe in lezioni teoriche che risolleverebbero le critiche che hanno caratterizzato le precedenti Ssis.

Non pochi problemi sono derivati ai corsisti anche dalla ricerca delle scuole per espletare il tirocinio, anche perché non tutti i dirigenti sono disposti ad impegnare i loro docenti senza un riconoscimento economico: ricordiamo invece che il Dm 93/2012 (art 8, comma 3) prevede che gli atenei riconoscano “alle istituzioni scolastiche una quota del contributo di iscrizione ai relativi percorsi”. D’altra parte, il docente accogliente assume un onere non indifferente, che va giustamente ricompensato, soprattutto come riconoscimento di una competenza (quella di insegnare ad insegnare) che non è ancora stata debitamente accreditata. 

Insomma, tutti gli esempi riportati (e molti altri potrebbero essere fatti) dimostrano − a nostro avviso − che ciò che c’è in ballo non è semplicemente una questione organizzativa, ma sostanziale: che cosa è o che cosa dovrebbe essere il Tirocinio formativo attivo? Ciò che gli atenei hanno proposto come corsi, laboratori e lezioni, fa venire a galla l’immagine implicita (e neppure tanto implicita) di Tfa, di cui le università si sentono garanti e responsabili. Un’immagine − però − che non soddisfa l’utenza e − crediamo − neppure la finalità stessa del Tfa, che non può essere  progettato come un percorso universitario, ma che necessita dell’apporto vivo della scuola viva.

Un itinerario che andrebbe, perciò, costruito in modo paritetico tra scuola e accademia, come richiede il Decreto stesso: e non è un caso che i Consigli di corso di tirocinio (composti dai docenti universitari ma anche dai tutor coordinatori e dai dirigenti delle scuole e dai corsisti) spesso non sono stati convocati o sono stati attivati in molti casi solo per adempimenti burocratici, mentre risultano i luoghi deputati a scegliere quali insegnamenti offrire, quanti crediti riconoscere ad ognuno, a chi assegnarli. 

Anche in questa circostanza, va ammesso che alcuni Atenei hanno dimostrato apertura nei confronti dei tutor coordinatori e di scuola, riconoscendone la funzione e accogliendo i loro pareri sullo svolgimento del tirocinio: altri hanno semplicemente messo a ratifica quanto deciso. Generalmente, comunque, non c’è stata una costruzione comune del progetto formativo da svolgere nelle scuole, che si sono trovate ad accogliere i corsisti senza poter intervenire sulla definizione del loro itinerario, come invece previsto per legge.



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COMMENTI
09/04/2013 - Chi suona il de profundis? (Angelo Lucio Rossi)

Deve suonare il de profundis la stessa università disorientata nel cogliere tutta la portata innovativa del "tirocinio formativo attivo". Il forte impianto accademico rischia di non cogliere tutti i nodi e le scommesse inerenti la ricerca e l'innovazione didattica. Non stiamo suonando il de profundis per il nostro futuro?