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SCUOLA/ Tfa, le università suonano il de profundis

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Sono tutte funzioni che, comunque, potrebbero essere ripristinate già dal prossimo ciclo del Tfa.

Ci sembra che non sia lontano dal vero un comunicato della Uil Scuola quando denuncia un “eccessivo peso nelle decisioni e nelle scelte affidato alle università”, come se la gestione − che ad esse viene riconosciuta dal Dm 249/2010 − coincidesse con la organizzazione e la progettazione di tutto il percorso. L’art. 10 comma 2 del predetto decreto stabilisce che il Tfa sia “istituito presso una facoltà di riferimento”, ma “istituire” non significa che sia progettato, articolato, definito dalle università.

Per questo non possiamo che condividere la speranza espressa su questo giornale da Fabrizio Foschi quando auspica per il prossimo anno un ripensamento dell’impianto, “che magari conferisca più importanza alle esperienze di tirocinio attivo nella scuola, senza nulla togliere alla verifica delle competenze, delle conoscenze e delle attitudini dei giovani insegnanti”.

L’apporto delle università è fondamentale e ineludibile, ma  crediamo che si  impari ad insegnare vedendo un altro insegnante esperto (un maestro) in azione, facendo esperienza con lui. È ciò che attestano anche molti  studi internazionali ampiamente accreditati sull’apprendimento nella pratica, fino al riconoscimento di una “epistemologia della pratica”. Occorre perciò dare spazio al sapere professionale degli insegnanti, un sapere che andrebbe capitalizzato e riconosciuto.

Ci sorge a questo punto una domanda: se − da una parte − sono emerse così tante criticità nell’organizzazione attivata dalle università; se invece − dall’altra parte − vi sono così tanti docenti appassionati e competenti che vorrebbero condividere e camminare insieme ai giovani insegnanti; e se − infine − il cuore del Tfa è proprio il tirocinio cioè l’apprendimento sulla pratica: allora, non sono forse, tutti questi, segnali che occorre ripensare chi deve progettare, gestire e organizzare il Tfa? 

Perché non affidare alle scuole e ai loro docenti − debitamente titolati − la formazione iniziale (con l’imprescindibile apporto dell’accademia), anche nell’ottica di una valorizzazione della autonomia delle scuole? Le esperienze internazionali ci dicono che la riflessione su “come” organizzare questo percorso è ancora aperta. Ma esistono molti esempi di Enti terzi non universitari, costituiti  a questo scopo. 

In un momento di crisi come l’attuale, è fondamentale riscoprire strade anche inedite, probabilmente più economiche e soprattutto più efficaci: perché sprecare questa grande possibilità? 



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COMMENTI
09/04/2013 - Chi suona il de profundis? (Angelo Lucio Rossi)

Deve suonare il de profundis la stessa università disorientata nel cogliere tutta la portata innovativa del "tirocinio formativo attivo". Il forte impianto accademico rischia di non cogliere tutti i nodi e le scommesse inerenti la ricerca e l'innovazione didattica. Non stiamo suonando il de profundis per il nostro futuro?