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SCUOLA/ Israel: non saranno i test a salvarla. Lettera aperta al ministro Carrozza

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Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (InfoPhoto)

I problemi che lei dovrà affrontare sono tanti e tali che non potrebbero essere seriamente elencati e discussi in un pezzo giornalistico. Mi limiterò a un tema generale che desumo da una sua confortante e, per me, totalmente condivisibile dichiarazione che spero di riportare fedelmente: «Per rendere il sistema meno soggetto a problemi di corruzione e localismo nel corso degli anni è stato impostato un sistema di selezione che tende a inserire rendicontazioni, controlli e utilizzo di indicatori numerici. Il fine è rendere meno soggettivo e più automatico possibile il processo di selezione sia nel campo del finanziamento alla ricerca che nel reclutamento dei ricercatori. Sembra una lotta fra il bene e il male ed è come se rendere il processo di scelta automatico e basato sui soli numeri ci salvasse dalla tentazione dei decisori di manipolare il sistema. Il risultato è che abbiamo messo in piedi un sistema involuto e farraginoso, ed abbiamo perso l’obiettivo primario di combattere le manipolazioni. Abbiamo perso anche la finalità di diffondere un’etica pubblica basata sulla reputazione e sulla responsabilità personale di cui l’Italia ha un gran bisogno».

Ecco, vorrei partire da queste ultime parole che, senza esagerazione, hanno aperto il cuore a molti: «etica pubblica basata sulla reputazione e sulla responsabilità personale». Finalmente sentiamo parlare di “persone” e di “responsabilità personale”, dopo che per anni si è prospettato come unico modo di valutare il comportamento degli attori principali della scuola e dell’università – insegnanti e ricercatori – con determinazioni automatiche, macchinali, pretesamente “oggettive”, basate su parametri numerici e che, deliberatamente, fanno astrazione della specificità delle persone, e pretendono di trasformare qualità e contenuti in numeri.

Da anni si ripete la stessa canzone: “chi si oppone a indicatori numerici, test, tabelle, certificazioni, ecc. non vuole la valutazione, non vuole essere valutato perché vuol fare il comodo suo”. È una canzone falsa e ricattatoria, perché non volere un certo tipo di valutazione non vuol dire che non si voglia alcuna valutazione. Naturalmente c’è chi ragiona così – nullafacenti e corrotti esistono nel sistema dell’istruzione e della ricerca come ovunque – ma questo non autorizza a coglierlo come pretesto per imporre sistemi insensati che hanno come unico esito di trasformare l’insegnante in un burocrate, in una macchina soggetta alle prescrizioni di enti e soggetti sottratti ad ogni controllo e valutazione.

Quest’anno, quando ho iniziato il mio corso, un collega mi ha chiesto se mi “disturbava” che venisse a sentirmi. Ho considerato che la sola ipotesi di una risposta affermativa sarebbe stata scandalosa e, d’altra parte, ho sentito che questa presenza rappresentava un “controllo”, uno stimolo pressante a fare il massimo e, in definitiva, era un’occasione da cogliere, che avrebbe potuto far bene alla qualità delle mie lezioni. Ho accettato questo (e accetterei valutazioni scritte di un collega), ma avrei respinto recisamente una valutazione fatta da esterni, magari da una équipe di statistici o di “economisti della scuola” (la nuova moda dilagante) sulla base di questionari, schede di valutazione degli studenti a base di domande cui è impossibile dare una risposta sensata a quel livello di maturità, o di parametri quantitativi. Nel campo della ricerca scientifica interi settori, come quello della storia delle discipline scientifiche, si stanno inabissando in quanto inesistenti dal punto di vista dei parametri messi in opera in modo cieco e sconsiderato dall’Anvur, il quale nella sua furia dirigistica pretende persino di valutare università, corsi e docenti attraverso la valutazione (ovviamente automatica, a test e parametri vari) degli apprendimenti degli studenti, oltretutto annullando di fatto l’autonomia universitaria.



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COMMENTI
03/05/2013 - Invalsi über alles (Vincenzo Pascuzzi)

Anche Giorgio Israel riconosce e conferma l’invadenza e l’espansionismo dell’Invalsi che addirittura vorrebbe anticipare, spiazzare, surrogare il Miur (del resto, mal rappresentato dagli ultimi ministri) sulle modalità dell’esame di Stato e anche imporsi, comandare su docenti e studenti. In tal senso si può interpretare la recente emanazione del “Manuale per il somministratore - Invalsi” da intendere come allusivo e minaccioso "ordine di servizio" per i docenti, che vengono così degradati da professionisti a semplici porgitori (quasi a fattorini, steward, hostess) di fascicoli e poi contatori di crocette azzeccate! Agli studenti, l’Invalsi ha invece dedicato un opuscolo di istruzioni (titolo: Prove INVALSI “Istruzioni per l’uso”). Una specie di decalogo o catechismo con 10 domande e altrettante risposte, l’ultima delle quali richiama - in modo forse minaccioso e autoritario - agli studenti (?!) che “TUTTE le scuole devono effettuare le prove perché obbligatorie per legge”. Ci sarà occasione per evidenziare altre questioni attinenti l’Invalsi.

 
02/05/2013 - Altre assurdità (Giorgio Israel)

A ulteriore rinforzo osservo che l'affermazione che l'analisi e comprensione di un testo scritto e la riflessione metalinguistica (sorvolando su certi termini) possano essere addirittura misurati con test è una cosa che eufemisticamente può essere definita infondata; personalmente la trovo ridicola e squalificante per chi l'ha fatta. Si basa tutta sull'idea che il testo abbia un'interpretazione e sia suscettibile di un'analisi univoca, altrimenti nulla potrebbe essere misurato con test. Ma questa è evidentemente una tesi che può essere avanzato da chi non ha idea neppure lontana di cosa sia un testo letterario (ammesso, e non concesso, che persino un testo matematico sia sempre completamente univoco). Non a caso i test Invalsi volti a questa "misurazione" si basano su questa pretesa e appiattiscono il testo pretendendo che esso possa interpretarsi in un solo modo (quello deciso dagli ideatori del test). Ma è facile verificare su esempi che non è così e che lo studente più intelligente sarebbe quello che contrassegnerebbe più di una casella. L'ho mostrato su esempi e non ho avuto mai l'onore di una risposta. L'unico caso in cui ho avuto un confronto diretto si è farfugliato trattarsi di metodi approssimativi, tanto per farsi un'idea… Ma questi signori, quando montano ex-cathedra nei loro seminari di indottrinamento propinano con prosopopea assurdità meritevoli solo della risposta di Totò: misurare l'analisi di un testo, ma ci facciano il piacere...

 
02/05/2013 - Se si facesse finalmente chiarezza! (Giuliana Zanello)

Propongo timidamente un'annotazione, a rinforzo dell'ampia argomentazione dell'autore, per chiarirne un aspetto particolare. Mi riferisco alla citazione dall'intervista al dottor Sestito. Quelle parole avevano colpito anche me per l'ambiguità che introducono in merito alla funzione delle rilevazioni INVALSI. Può essere interessante confrontarle con quanto asserito dalla dottoressa Daniela Bertocchi, nel corso del seminario tenutosi a Roma lo scorso 4 aprile proprio per presentare i quadri di riferimento per le prove a conclusione del II ciclo di istruzione; seminario in cui è intervenuto anche il dott. Sestito. Ebbene, in quell'occasione, introducendo il quadro di riferimento per le prove di Italiano, la dottoressa Bertocchi ha sottolineato con chiarezza che, considerati i tre aspetti fondamentali della competenza linguistica - interazione orale, analisi e comprensione di un testo scritto e riflessione metalinguistica, produzione di un testo scritto - solo per il secondo siamo attualmente in grado di mettere in campo test di misurazione; per gli altri due, sulla cui importanza è superfluo dilungarsi, non si dispone di nulla del genere e non è prevedibile (a ciascuno decidere se augurabile) che se ne disponga ancora per molto tempo a venire. Non si vede quindi come le prove INVALSI potrebbero sostituire l'esame finale che, con tutti i suoi difetti, proprio sulla produzione e sull'interazione orale si fonda, senza indurre paurose riduzioni.