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SCUOLA/ Referendum Bologna, da Beppe Grillo ai Cobas il dio-Stato vuole tutto

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Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo (1830) (Immagine d'archivio)  Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo (1830) (Immagine d'archivio)

Il Comitato articolo 33, così si chiamano i promotori del referendum bolognese (sembra il titolo di un film di fantascienza, ma si riferisce ovviamente all’articolo della nostra Costituzione), si sta rivelando in effetti un singolare concentrato di tutta una serie di pregiudizi che in questi anni siamo venuti alimentando irresponsabilmente nel nostro paese, primo fra tutti quello secondo cui pluralismo e sussidiarietà sarebbero la semplice copertura ideologica di inconfessabili interessi clericali e liberisti. 

Ecco allora che la parità scolastica, come si legge in un articolo pubblicato sul sito web dei referendari, diventa niente meno che un cedimento pericoloso all’ideologia di Milton Friedman, quella che avrebbe “influenzato le politiche di Margaret Thatcher, Ronald Reagan (e anche di Pinochet)”; ecco la parità scolastica equiparata a un attacco alla laicità dello Stato e alla sua Costituzione. Sullo stesso sito web, Stefano Rodotà lo dice espressamente: “è necessario riprendere il filo, spezzato in questi anni, della politica costituzionale e della legalità che essa esprime”. Forse che la sussidiarietà non sia un principio costituzionale? Forse che le paritarie dell’infanzia non rappresentino un indispensabile servizio per i bolognesi, oltre che un notevole risparmio per le casse comunali? No, il punto non è questo. Come dice lo stesso Rodotà, “Non siamo di fronte a una questione contabile. Si tratta della qualità dell’azione pubblica, del modo in cui lo stato adempie i suoi doveri nei confronti dei cittadini”. Fiat iustitia et pereat mundus, verrebbe da dire. 

Ci sono poi le prese di posizione dell’Uaar che, denunciando “il furore clericale mostrato dal sindaco Pd Virginio Merola”, auspicano “una scuola di tutti, anziché una scuola di parte. Una scuola inclusiva, anziché una scuola che esclude disabili e stranieri. Una scuola aperta, anziché un ghetto identitario” e via di seguito con delizie del genere contro le scuole paritarie. Siamo di fronte insomma a un mix di laicismo anticlericale, costituzionalismo giacobino, moralismo e demagogia che sarebbe semplicemente ridicolo, se non fosse che proprio questo mix sta diventando una carta politica vincente nel nostro paese. 

Il successo politico del Movimento 5 Stelle si spiega certo con i governi fallimentari e la crisi economica di questi ultimi anni, ma più ancora con una cultura che, a furia di demonizzare tutto ciò che non rientra nei propri canoni, ha creato le condizioni favorevoli per una politica sempre più “astratta”, ideologica, arrabbiata, che concepisce fanaticamente se stessa come lotta dei “buoni” contro i “cattivi”; una politica che trasforma i propri attori in tanti ascetici ministranti di una religione secolare apparentemente liberale e tollerante, ma spietata nei suoi riti e nelle sue regole esclusive; una politica che si appella alla sacra intangibilità della Costituzione, ma ne mina nel contempo i principi, come nel caso del principio di sussidiarietà o dei meccanismi della rappresentanza democratica. 



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