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SCUOLA/ Andare ad Harvard o fare l'idraulico? Ecco perché noi scegliamo male

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Le provocazioni valgono se mirano a scuotere le coscienze da paradigmi e certezze che hanno fatto il loro tempo. Ma non possono diventare un modo per evitare le vere criticità del nostro tempo. Quelle che dovrebbero avere a cuore, anzitutto, le vere domande che, come un fiume carsico, stanno accompagnando i giovani di tutto il mondo: quale speranza di futuro, quali reali opportunità di lavoro, quindi di vita, noi siamo in grado di offrire. Cioè quei “pensieri lunghi” capaci di orientare le scelte e le opportunità di vita, secondo valori e significati non meramente riducibili al consumo quotidiano, ai vari utilitarismi del giorno per giorno.

Sta facendo, in questo senso, molto discutere l’uscita del sindaco di New York, Michael Bloomberg: “Meglio fare l’idraulico che andare ad Harvard”. Con reazioni e polemiche di varia natura. Anche perché la sortita del sindaco viene accompagnata da considerazioni tutt’altro che scontate: “Le persone di medie capacità devono puntare sul lavoro manuale”. Quasi un revival di vecchi pregiudizi, se ci limitiamo alla battuta.

Chi stabilisce, ad esempio, se un giovane è dotato di “medie capacità”, visto che le valutazioni che noi adottiamo solitamente si limitano alla sola logica “stimolo-risposta”? Per cui, se le risposte sono relative agli stimoli, quanti talenti restano bruciati, o nascosti sottoterra, solo perché nessuno ha saputo valorizzarli? La scuola e l’università, ad esempio, inseguono il modello dello studente “intelligente” o quello dello studente “diligente”? Cosa implica il continuo richiamo al “merito”?

La scuola media italiana, per dirla tutta, quando orienta gli studenti alla scelta delle superiori si limita ai “consigli”. Ma non tutte le famiglie accolgono questi “consigli”: in provincia di Vicenza siamo al 60 per cento. Per questo motivo qualcuno, come è in altri Paesi, vorrebbe vincolare l’orientamento a dei test, come già alcune facoltà universitarie. È l’unico modo per prevenire la dispersione e le lauree senza sbocchi occupazionali?

Se la disoccupazione giovanile, in altri termini, in Germania è al 7 per cento ed in Italia al 38 per cento, non dipenderà forse dal fatto che è ancora assente da noi quella - detta brutalmente - “pre-selezione”, sulla base di “prove oggettive”, che dovrebbe aiutare i giovani a prevenire la dispersione?

Come si vede, la battuta di Bloomberg ci porta molto lontano. Una presa di posizione, dunque, che va accolta se contribuisce alla reale comprensione delle dinamiche dell’orientamento scolastico ed universitario. Ma una battuta, dall’altro, che rischia di banalizzare le questioni essenziali: la valutazione formativa ed orientante, il dialogo finalizzato alla scoperta dei talenti e delle attitudini, lo studio di concrete proposte formative non più vincolate ai nozionismi e alle mere logiche direttive.



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COMMENTI
27/05/2013 - PER FUGARE OGNI DUBBIO.... (Raffaella F. MARIN)

Le propongo di rivolgere un attimo di attenzione all'inchiesta pubblicata recentemente (vedi Gori/Marin) per una visione globale derivata da una attenta analisi dei dati della banca mondiale sull'istruzione.

 
27/05/2013 - Ancora qualche dubbio? (Enrico Gori)

George J. Borjas nel 2006 scrive (http://www.nber.org/papers/w12085) “The rapid growth in the number of foreign students enrolled in American universities has transformed the higher education system, particularly at the graduate level. Many of these newly minted doctorates remain in the United States after receiving their doctoral degrees, so that the foreign student influx can have a significant impact in the labor market for high-skill workers”. Sistemi di istruzione di alta qualità hanno da sempre attirato cervelli da tutto il mondo (USA e Inghilterra). Nel lungo periodo ciò produce un eccesso di offerta di laureati ed una riduzione dei rendimenti dell’istruzione terziaria. Ciò non è un male, poiché comunque questi cervelli portano avanti la ricerca scientifica in quanto le istituzioni accademiche possono scegliere in un bacino più ampio, e al momento in cui si verifica la riduzione dei rendimenti dell’istruzione terziaria, i cervelli stranieri formati all’estero possono trovare convenienza a tornare in patria, inseminando positivamente le strutture formative e l’economia. E’ quello che si spera possa accadere nel giro di 20 anni nel nostro paese. Ovviamente dal momento in cui quelli che si chiedono se il nostro sistema formativo abbia seri problemi di qualità si siano sostanzialmente estinti, e siano state prese le opportune azioni di riforma: da quel momento ci vogliono infatti 20 anni per cambiare le cose.

 
22/05/2013 - inventare calcolatore (Yapi Cyriaque Deki)

Se 1000 studenti scelgono per esempio medicina ci vuole qualcuno a farli capire che se la fine dei loro studi sarà fra circa 10 anni, quanti ospedali potrebbero essere costruiti o quanti dottori potrebbero andare in pensione. Lo stesso vale per tutti i rami degli studi per non creare dei disoccupati già dal 1° giorno di liceo. Senza questi calcoli, è normale che avvocati, ingegneri, medici ecc... finiscano nei ristoranti a fare i camerieri.