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SCUOLA/ Bologna, la testimonianza: no a un referendum che discrimina i disabili

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“La scuola paritaria ha dato a mio figlio disabile la possibilità di crescere nella diversità ed è, nonostante tutto, un bambino felice, felicità che io vivo come prova della correttezza del nostro agire educativo. Ora c’è un referendum che mette in dubbio la possibilità di avere in futuro un aiuto concreto al percorso che come famiglia in tutta libertà abbiamo scelto per lui. Eppure, la scelta è stata fatta per garantirgli nulla di più di quell’uguaglianza sostanziale su cui tanto insiste la nostra Costituzione”.

Ma i promotori del referendum insistono sulle regioni economiche: in tempi di crisi perché dare soldi alle scuole “private”, meglio sostenere la scuola pubblica, che per loro, in barba alla legge n. 62 del 2000, è solo la statale o la comunale. “In realtà – osserva De Santis – chi vuole aiutare il Comune a risparmiare deve votare B, cioè per le convenzioni. Con il contributo che eroga alle paritarie, il Comune non riuscirebbe da solo a garantire gli stessi posti-alunno. Per dare la scuola a tutti, dovrebbe spendere molto di più”.

Anche alcune famiglie straniere, con grandi sacrifici, scelgono le scuole paritarie private. Maria Pruteanu è una signora moldava che da nove anni vive a Bologna. Quando è arrivata nel capoluogo emiliano, è andata a bussare alle porte delle suore del Sacro Cuore in via San Savino.

Non conosceva nessuno, non sapeva a chi rivolgersi e le religiose le hanno garantito per un po’ di tempo vitto e alloggio e poi le hanno anche trovato un lavoro. È stato naturale, quando ha avuto il piccolo Cristian in età di scuola dell’infanzia, portarlo nella scuola gestita dalle suore con le quali era diventata amica.

“È un’esperienza bellissima – racconta –. Mio figlio impara tante cose, quando viene a casa scopro che frequentando quella scuola cresce benissimo. Impara a stare con gli altri, a essere anche più buono”. La signora Maria sa che il 26 maggio a Bologna si tiene il referendum. “Spero proprio che tutto resti comè – dice Maria –. Anche se a noi questa scuola costa cento euro al mese, non so proprio come potremmo fare senza. Io sono operaia con contratto a termine. Mio marito non lavora sempre, dobbiamo pagare affitto e bollette. Se tolgono il contributo, le suore sarebbero costrette ad aumentare la retta e noi più di cento euro al mese non riusciremmo a pagare”.

L’esperienza di Maria e del piccolo Cristian contraddice tanti luoghi comuni sulle scuole paritarie, smentisce chi sostiene che queste non sarebbero scuole pubbliche, pronte ad accogliere tutti. “Le suore non hanno fatto alcuna difficoltà ad accogliere mio figlio anche se straniero. E nella scuola ci sono altri bimbi stranieri. Ed anche le loro mamme sono contrarie a questo referendum perché per loro la scuola è una cosa bella e buona. Per tutti, anche per gli italiani, sarebbe più difficile se le suore fossero costrette ad aumentare il costo. Tutti facciamo fatica a pagare affitto e bollette”.



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