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SCUOLA/ Il referendum di Bologna? E' il Rubicone della nuova sinistra "fascista"

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Stefano Rodotà (Infophoto)  Stefano Rodotà (Infophoto)

Non meraviglia dunque che la crisi ormai catastrofica del Pd deflagri sul terreno della scuola. La scuola è infatti, nella storia europea della costruzione dello Stato, il luogo della sua legittimazione egemonica di massa. È su questo terreno che si esercita la potenza dello Stato rispetto alla società civile e alla persona. È qui, inevitabilmente, che si scontrano le opposte visioni − statalista o sussidiaria − del rapporto stato/società civile/cittadino/persona. Ed è proprio qui che tocchiamo la profondità della crisi del Pd e le sue cause strutturali non ancora rimosse. Di questa crisi è solo figlia, non madre, la “nuova sinistra” statalista insorgente, che si autocertifica come nuova, ma già nella culla mostra i capelli bianchi e le zampe di gallina. La malattia senile di questa sinistra movimentista e grillina è, appunto, lo statalismo, con l’inevitabile corteo di assistenzialismo e clientelismo corruttivo e corrotto, che oggi viene condannato in nome dell’etica pubblica. È il vecchio dogma del catechismo fascista del 1939 − tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato − passato indenne, come la salamandra attraverso il fuoco, dal ventennio fino ai nostri giorni. 

Pare però difficile che a questa vetero “nuova sinistra” tocchi il destino riservato a Brad Pitt nel film Il curioso caso di Benjamin Button, di nascere vecchia e di diventare giovane con il passare degli anni. Ma è anche evidente che di questo statalismo, che si vorrebbe ciclicamente riformare senza uscirne, è il Pd l’epicentro. La storia della cultura comunista è andata a infrangersi sugli scogli del 1989, ma il naufrago è rimasto aggrappato ai suoi rottami e non riesce a entrare in un nuovo porto. Fu Karl Marx a manomettere la gerarchia dei “sacri principi”, codificata dalla Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité e le cui origini – il primato della libertà − risalgono al dibattito dei quadri politici e militari dell’esercito di Oliver Cromwell, nella chiesetta presbiteriana di Putney, fine ottobre 1647. Dal Manifesto del Partito comunista del 1848 ne sortì un’altra: égalité, fraternité, liberté. Per realizzare l’égalité, il proletariato deve conquistare lo Stato con la violenza rivoluzionaria. La dittatura del proletariato taglia alle radici le cause della disuguaglianza, abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e affidando allo Stato la produzione e l’economia. Così nasce “la società degli eguali”. Lo Stato diventa una macchina rivoluzionaria. 

Su questa opzione fondamentale, tuttavia, nei decenni successivi i movimenti operai si divisero: una parte, minoritaria, continuò a proporre la conquista violenta dello Stato come la “via sacra”; i socialdemocratici tedeschi e i laburisti inglesi avanzarono, invece, la teoria e la pratica della conquista parlamentare dello Stato. Solo dopo la vittoria della Rivoluzione d’ottobre del 1917, Lenin rilanciò con la Terza internazionale comunista del marzo 1919 la via violenta alla conquista dello Stato, contestando l’egemonia socialista e socialdemocratica sui movimenti operai nazionali. Tuttavia, nonostante le divisioni feroci e talora sanguinose, comunisti e socialisti continuarono a condividere su un punto essenziale: quello della centralità dello Stato quale soggetto produttivo ed economico e quale falce che pareggia egualitariamente le erbe dei prati diseguali della società civile. 



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COMMENTI
24/05/2013 - Se fosse un tema di italiano... 2 (Franco Labella)

Ho la sensazione che il denso articolo di Cominelli (che segue gli oltre dieci, se non ho contato male dei fautori della soluzione B) si inserisca nel filone dello battezzare pesce quello che nasce carne. Fuori di metafora: se il mondo è cambiato e la Costituzione pure, la soluzione più semplice, da anni, sarebbe stata affrontare a viso aperto il vituperato dibattito parlamentare per cambiare il testo dell’articolo 33. Si è preferito, invece, battezzare, e lo ha fatto Berlinguer, il cugino dell’Enrico, la carne pesce. Ma per tutto questo, in occasione di Bologna, lo chiedono i miei studenti ed anche la mia collega di italiano, invece di scomodare Bad Godesberg, Hegel, Marx e pure l’oste di Bologna (anziché il mugnaio di Berlino) servivano chiarezza e non bizantinismi, servivano coinvolgimento dell’opinione pubblica e discussione e serviva, mi duole dirlo, anche un po’ di pluralismo. Perché è mai possibile che non ci sia per gli attenti lettori del Sussidiario nemmeno la più pallida possibilità di leggere le argomentazioni, magari meno dense e colte rispetto a quelle di Cominelli, di un rozzo ed antiquato troglodita della soluzione A? I pasdaran, i giacobini ed i fascisti di Cominelli avranno pure loro diritto di spiegare le loro posizioni oppure no? Come ho già scritto il clima mi ricorda molto quello che ho vissuto da studente nel 1974. Mi auguro che finisca come allora. Con buona pace di Cominelli.

 
24/05/2013 - Se fosse un tema di italiano... (Franco Labella)

Ho raccolto il suggerimento di Crippa, uno dei commentatori dell'intervista a Merola. Ho provato ad immaginare di far leggere il sempre avvicente articolo di Cominelli non solo ai miei studenti ma anche alla mia collega di Italiano. Perché pure a lei? Perché cinque o sei "facciate", affascinanti, bellissime da leggere, la storia del mondo di tre o quattro secoli mirabilmente sintetizzata, con tanto di riferimenti, legami ed intersezioni sono il prologo. Poi, alla fine, ti chiedi: ma esattamente, in discussione, c'è solo la storia del mondo? Cioè la domanda è: che fine ha fatto il tema principale? Mi toccheranno altre cinque o sei facciate del prossimo "tema" di Cominelli per sapere cosa pensa del ricorso ad un referendum giudicato dai fautori della soluzione "B" inutile, fuorviante, giacobino e chi più ne ha più ne metta in relazione ad una norma costituzionale che da problematica è diventata, secondo alcuni fra cui il citato Crippa, chiara ed inquivocabile nella sua lettura al contrario. Tutta la vicenda da Berlinguer (Luigi non certo Enrico su questo sono assolutamente d'accordo con Cominelli) a Cominelli mi ha ricordato quello che nella mia rozza incultura credo sia solo un aneddoto privo di verità storica. "Ego te baptizo piscem" era la formula rivolta ad un incolpevole pezzo di carne pare che fosse la soluzione di qualche gaudente religioso, poco incline a rispettare i precetti quaresimali che prevedevano l'assenza della carne dal desco. (Continua)