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SCUOLA/ Ceccanti: quella brutta "Opa" degli statalisti di Bologna sui bambini

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Sull’argomento del buon senso è bene che si pronuncino i bolognesi, perché il criterio del buon senso si fonda su una valutazione empirica delle alternative. Dubito che le amministrazioni avrebbero scelto quest’impostazione da anni se non fosse stata sensata. L’argomento risolutivo resta comunque quello della distinzione tra pubblico e statale. Infatti i sostenitori dell’ipotesi A non si occupano di questo criterio, obiettando a priori, se capisco bene, che una soluzione sensata se fosse incostituzionale sarebbe comunque inaccettabile. Il punto è che non è affatto incostituzionale. Fuori da Bologna il referendum è ormai vissuto come un conflitto sulla possibilità di distinguere tra pubblico e statale.

Qual è allora a suo modo di vedere l’errore di chi si appella ai principi, fino a dire che occorre cambiare prima l’articolo 33 se si vuole la convenzione, e dichiarare incostituzionale la legge 62/2000?
Il vero problema è che la lettura dei principi è filtrata da una mentalità statalista secondo la quale i beni comuni possono essere prodotti solo dalla gestione pubblica diretta. È uno schema che non corrisponde a quello della nostra Costituzione. Ovviamente come tutte le tesi sbagliate può però avere degli elementi di verità, specie sul terreno scolastico.

In altri termini?
È vero che la scuola, a differenza di altre aree di policy compresa la sanità, ha bisogno di dosi maggiori di intervento pubblico diretto e qui più che altrove le norme della prima parte della Costituzione pongono limiti alla sussidiarietà del 118, impediscono che la gestione diretta sia residuale. Però da qui non si può far derivare un’interpretazione statalista senza se e senza ma quale quella dei sostenitori della soluzione A.

Chi vota A denuncia che molte famiglie le quali vorrebbero iscrivere i figli alle materne comunali sono dirottate sulle materne «confessionali», violando così la libertà di scelta: qual è la sua opinione in proposito?
Bisogna intendersi sul concetto di «confessionali». L’asilo ebraico di Roma ha voluto ospitare solo bambini di confessione ebraica per esigenze specifiche di quella comunità ed ha quindi scelto di star fuori dal sistema pubblico. Questa è una scuola confessionale privata. Se invece una scuola confessionalmente ispirata accetta i vincoli della legge di parità, compresa la non discriminazione per appartenenenza cofessionale, essa è per cosi dire partita da una natura confessionale ma è arrivata dentro i vincoli del sistema pubblico, dentro un equilibrio tra diritti e doveri fondato sul quarto comma del 33. Non possiamo confondere le due tipologie.

La convenzione in vigore a Bologna fu fatta dalla giunta Bersani nel ’95. Di conseguenza si può dire che anticipò la legge di parità. Cosa è cambiato nella sinistra da allora? 



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