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SCUOLA/ Ceccanti: quella brutta "Opa" degli statalisti di Bologna sui bambini

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Da Stefano Ceccanti, costituzionalista, arriva una stoccata ai difensori dell’articolo 33 senza se e senza ma. Stefano Rodotà, sul Corriere del 21 maggio, ha parlato di aggiramento opportunistico e strumentale della «chiara lettera della Costituzione». «Se non vogliono la convenzione che vige a Bologna dal 1995 - replica Ceccanti - facciano prima un referendum per modificare il 33 e dire esplicitamente che lo Stato e la Repubblica, statale e pubblico sono la stessa cosa». Ma così non è, avverte il giurista del Pd.
Il referendum consultivo di domenica voluto dal Comitato Articolo 33 contro la convenzione tra Comune e scuole paritarie private agita il capoluogo emiliano e, da un mese a questa parte, le segreterie nazionali dei partiti. «Il vero problema è che la lettura dei principi è filtrata da una mentalità statalista secondo la quale i beni comuni possono essere prodotti solo dalla gestione pubblica diretta» dice Ceccanti, che non risparmia nemmeno il suo partito: «Bologna rappresenta uno di quegli scandali fecondi che è bene che avvengano».

Professore, la sua posizione sulla differenza tra ciò che è pubblico e ciò che è statale è nota. In questo modo però lei evita il problema di ciò che dice la nostra Costituzione all’articolo 33.
In realtà la differenza tra statale e pubblico è al cuore di tutta la Costituzione sin dall’inizio - si pensi alla differenza tra la Repubblica e lo Stato che ricorre frequentemente, e anche il 33 parla prima di Repubblica e solo poi di Stato - e quindi anche nel suo sviluppo, basti pensare al nuovo articolo 118 introdotto nel 2001.

Quindi?
Su questa base il 33 va letto come sintesi di tre elementi. In primo luogo è vero che in materia scolastica più che in altre per varie obiettive ragioni (il ruolo dell’istruzione nel cementare un’appartenenza comune in primis) esso nel secondo comma ha una particolare enfasi su una presenza diretta della scuola statale per tutti gli ordini e gradi. In secondo luogo, nel terzo comma, vi è l’affermazione di una libertà per i privati, una sfera di autonomia che impedisce un rigido monopolio e che non può pretendere oneri a carico dello Stato.

Da ultimo?
Infine, a cavallo tra queste due realtà nel quarto comma vi è il rinvio ad una legge di parità che contempli un equilibrio tra diritti e doveri. Con la legge di parità siamo fuori dallo statale ma pienamente dentro il pubblico, e quindi al di fuori del limite relativo agli oneri. Questo è l’articolo 33, che non segue un rigido sistema duale statale-privato.

Cosa pensa dell’«argomento del buon senso» (la convenzione fa risparmiare), fatto valere da chi vota B? Non è un’eccessiva concessione al «principio di realtà» contro la lettera della legge?



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