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SCUOLA/ Il referendum di Bologna? Si ispira a una commedia di Eduardo...

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Non  avrei mai immaginato di dover difendere l’operato di una giunta “rossa”, nella fattispecie quella del comune di Bologna, per una delibera fondata su una legge del ministro Luigi Berlinguer, allora esponente di un governo di centrosinistra, cugino del più famoso Enrico.

Si tratta della convenzione con cui il comune di Bologna destina fondi propri ad integrare le risorse delle scuole per l’infanzia paritarie non comunali. Si tratta, in generale, di enti di diritto privato, oggi associazioni o fondazioni, una volta qualificate come Ipab (istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza) a seguito delle leggi di Crispi di fine Ottocento espropriatrici delle Opere Pie, che avevano iniziato a sopperire ai bisogni di assistenza e di educazione delle famiglie meno abbienti. In altri casi si tratta di scuole parrocchiali, gestite direttamente dall’autorità ecclesiastica locale.

Sempre però, per avere diritto al riconoscimento di “paritarie”, queste scuole devono rispettare gli standard fissati dalla legge 62/2000 (Berlinguer), che garantiscono qualità, assenza di discriminazioni di ogni genere, apertura ad ogni soggetto richiedente e riconoscono l’autonomia della proposta educativa, secondo i principi costituzionali.

A Bologna, come nel resto d’Italia, accade che, a differenza delle scuole dell’infanzia statali, le paritarie, anche comunali, non sono in grado di applicare la gratuità della frequenza: quello che lo Stato eroga alle paritarie, gestite dal comune o dagli enti, è largamente insufficiente a coprire tutti i costi. Comuni ed enti richiedono una retta di frequenza. Tutti, o quasi, i comuni italiani intervengono con fondi propri per integrare quelli statali e consentire un abbassamento della retta di frequenza a carico delle famiglie, per renderla alla portata di tutti, con  ulteriori riduzioni fino alla gratuità per le famiglie in stato di necessità, secondo regole trasparenti e identiche per le comunali e le cosiddette private. Ne risulta che a Bologna il sistema integrato della scuola dell’infanzia assicura la frequenza nelle paritarie convenzionate di 1.736 bambini con una spesa, comprensiva dei fondi per il diritto allo studio, di circa un milione di euro, con un esborso medio per bambino di meno di 600 euro. Occorre dire che il costo medio delle comunali, per le sole spese correnti,  è di 6.900 euro a testa, già contenuto rispetto a quello delle statali che supera largamente i 7.000 euro.

È un buon affare? Secondo qualcuno no.

Il “Nuovo comitato Articolo 33” ha proposto un referendum consultivo con lo scopo di impedire al comune l’erogazione del contributo alle scuole paritarie non comunali. Dal momento che il risultato del referendum sarebbe quello di far spendere al comune circa 11 milioni di euro invece di uno per ottenere lo stesso servizio, senza contare i costi di struttura per nuovi locali e cose simili, devo supporre che lo scopo dei referendari non sia quello di evitare lo spreco di pubblico denaro, ma quello di impiegarne molto di più per rimediare a un altro ben più grave delitto!

Quale sarebbe questo delitto?



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