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SCUOLA/ Il Tar boccia l'inglese obbligatorio. E gli studenti chi li boccia?

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Voi invece volete che i nostri studenti restino qui, ad arrangiarsi facendo lavori di scarsa specializzazione. Per emergere, serve esperienza all’estero; se si continua così, la potrà fare chi avrà imparato l’inglese da solo, con i propri soldi. Si arrangerà, come è sempre avvenuto nella storia d’Italia.

Peraltro, il dibattito è più articolato perché le due fazioni sono composite: fra i guelfi, vi sono anglofili consapevoli della necessità di promuovere l’uso dell’inglese; e molti ghibellini coltivano con passione il gusto per la letteratura e le arti d’Italia. La contesa non si può ridurre a “cultura italiana contro imperialismo anglo-americano”. A ben vedere, la discordia è sul fine. Gli uni sono disposti ad accettare l’uso dell’inglese, purché l’italiano non ne risulti svantaggiato: vogliono favorire un “bilinguismo”, di non facile attuazione. Gli altri temono di perdere terreno nel mondo e sostengono l’uso dell’inglese anche nell’apprendimento. 

La tenzone continua, e andrà avanti per i prossimi decenni. Spettatori spassionati ritengono che la lingua materna sia fondamentale, ai giovani, per imparare a ragionare e a comprendere la realtà. Invece, per “capire in inglese” hanno bisogno di un serio addestramento, che i docenti possiedono, dopo anni e anni di lavoro nel loro settore, ma che gli studenti assimilano a fatica, se li si costringe a fare salti di qualità in brevissimo tempo. Già nelle lauree triennali devono recuperare il tempo perso nelle superiori…

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