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SCUOLA/ Chi le ha dato il "diritto" di giudicare i giovani?

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Perché allora tanta resistenza della nostra società a riconoscere quello che appariva già chiaro a un professore all’inizio del secolo scorso? E che, se osservato da un altro angolo di visuale, potrebbe anche oggi apparire ovvio?

Evidentemente a queste domande non c’è una sola risposta. Due caratteristiche dell’impianto ideologico che regge ancora oggi il nostro sistema sociale hanno certamente una responsabilità primaria in questa incapacità di leggere aspetti, anche significativi, della odierna realtà formativa come quello posto da Bloomberg. La prima: i bisogni formativi che si presentano in quella che chiamiamo “età evolutiva” (che oggi viene estesa ben oltre al raggiungimento della maggiore età) possano (anzi debbono) trovare una risposta in un contesto chiaramente distinto (separato?) dalle effettive condizioni di vita. La seconda: la presenza di responsabilità formative dirette incide negativamente sull’efficienza dell’impresa produttiva e, più in generale, sulle capacità operative di ogni organizzazione. Queste posizioni, tra loro complementari, esprimono plasticamente l’idea che il miglioramento di una società ha come presupposto il superamento delle forme organizzative “generaliste”, il cui prototipo è la famiglia, che vanno sostituiti da modelli “specializzati”: ad ogni funzione cioè deve corrispondere una forma organizzativa specializzata. 

È chiaro che il progressivo completarsi di questo progetto, politico ma prima ancora culturale, mette in crisi gli aspetti dell’organizzazione sociale che hanno come riferimento diretto il soggetto nella sua interezza, innescando una crisi di identità nell’uomo concreto chiamato a orientarsi e a decidere le proprie scelte di vita in un mondo “frazionato” non più solo organizzativamente ma anche esistenzialmente. 

Qui sta la ragione dell’ambiguità che caratterizza l’affermazione di Bloomberg e che può capovolgere l’istanza “positiva” che propone. Secondo il magnate americano infatti “meglio fare l’idraulico che studiare ad Harvard” vale solo “per le persone di medie capacità”, un modo elegante per non dire mediocri, e non si pronuncia sulla questione decisiva di chi − e a partire da quali criteri − deciderà della “mediocrità”. Se il giudice sarà Harvard potremmo legittimamente riconoscere la presenza di un grave “contrasto di interessi”. E così è per la scuola, sola realtà cui in Italia, legittimamente, viene riconosciuto il compito di decidere sulla “mediocrità” di un giovane. Sarà allora solo il successo o l’insuccesso nella vita che dovranno decidere della “mediocrità” (o della eccellenza, della insignificanza) di un uomo? Ma in questo caso non prenderebbero il sopravvento le condizioni “esterne” di partenza, culturali sociali ed economiche? E come prendere una decisione quando ancora successo e insuccesso rappresentano solo sogno, attesa o appuntamento da raggiungere? Nella prospettiva “meritocratica” presente nella provocazione di Bloomberg, coerentemente alla sua concezione razionalista, la risposta inevitabilmente assume una connotazione “classista” o, nel migliore dei casi, ragioneristica. 



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