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SCUOLA/ Chi le ha dato il "diritto" di giudicare i giovani?

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Le affermazioni fatte dal Sindaco di New York, il miliardario Michael Bloomberg (“Le persone di medie capacità devono puntare sul lavoro manuale”, poi discusse su queste pagine da Gianni Zen) rappresentano una salutare provocazione al modo corrente di concepire la scuola, anche in Italia. 

A prescindere dal contesto in cui questa affermazione si colloca e dall’intenzione di Bloomberg nel pronunciarla, essa ripropone una domanda che ha accompagnato la scuola fin dalla sua nascita (che cosa la scuola dà a me studente per il mio futuro), filtrata nell’ultima generazione attraverso l’interrogativo sul valore sociale della scuola, ma che oggi si sta riproponendo in una forma che la riavvicina al suo più tradizionale significato: quale debba essere il peso relativo (il rapporto) tra scuola e vita nel percorso di crescita di ogni individuo.

Questa domanda in realtà è sempre stata presente. Una gustosissima novella - “Le ostriche di san Damiano” - scritta un secolo fa da Alfredo Panzini, professore di liceo e scrittore, pone in termini chiari il tema. 

In breve. Un professore di liceo, rientrando dopo aver incassato lo stipendio, non resiste alla tentazione di un pranzo in un elegante e rinomato ristorante dove, complice l’ambiente e l’appetito, si lascia convincere dal cameriere a concedersi piatti particolarmente raffinati (e costosi). Alla fine del pasto gli vengono poi servite una dozzina di ostriche che il cameriere presenta come un omaggio del proprietario del ristorante nel giorno del suo onomastico, san Damiano appunto. Lo stesso proprietario, poco dopo, si avvicina e ricorda al professore di essere stato, anni prima, suo allievo e non dei migliori tanto che, alla fine del primo anno di ginnasio, era stato bocciato, nonostante le forti pressioni fatte dalla famiglia, proprio per l’inflessibilità del professore nel non voler “tirare il collo ad un quattro per farlo diventare un sei”. 

A mano a mano che il ricordo ritorna, al povero professore sembra di aver ancora vive nello stomaco le dodici ostriche. Ma viene subito tranquillizzato: il giovane proprietario del ristorante considera una fortuna la bocciatura perché gli ha permesso di seguire il desiderio di proseguire e migliorare l’attività del padre, andando all’estero per approfondire la tecnica di ristoratore. 

Suggellò il ringraziamento per la bocciatura un conto tanto moderato da far pensare con soddisfazione all’ingenuo (?) professore che, tutto sommato, in quel ristorante ci si sarebbe potuto tornare. 

In questo racconto emergono due aspetti che orientano e qualificano la prospettiva proposta da Bloomberg: 1. l’interesse che il giovane matura nell’adolescenza è decisivo per il suo successo professionale; 2. il successo dipende meno da quello che oggi chiamiamo un “regolare percorso di studio” che dalla capacità di cercare, e riconoscere come formative, altre situazioni presenti nel contesto.



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