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SCUOLA/ La formazione dei giovani e le 7 cose che Squinzi non ha detto

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Giorgio Squinzi (Infophoto)  Giorgio Squinzi (Infophoto)

4. Insomma, il presidente Squinzi avrebbe dovuto impegnare Confindustria non a elaborare un “progetto non rituale sulla scuola e sull’educazione, all’altezza dei tempi” per trasferire poi il progetto sugli altri, ma ad avviare cambiamenti interni del mondo dell’impresa per coinvolgere direttamente le proprie risorse in una “rivoluzione” formativa che, iniziando virtuosamente all’interno del sistema industriale, può così fare proposte e richieste credibili al sistema politico ed al sistema dell’istruzione. Per ora (come d’altronde in quasi tutte le richieste fatte dal presidente Squinzi nel suo discorso) abbiamo solo ascoltato “richieste” ad altri.

Per fortuna che non tutti gli imprenditori sono come l’autore di “Storia della mia gente”, fiero nel raccontare la decisione di vendere la gloriosa azienda tessile pratese di famiglia ai cinesi (e con questa bella trovata prendersi anche un premio letterario). Per fortuna che dalle scuole incontriamo diversi imprenditori che, con sacrifici notevoli, accolgono i giovani a fare esperienze di lavoro. Ma questo avviene, nell’azienda come nella scuola e come si usa in Italia, con un grande “volontariato”: isolati, non sostenuti dalle proprie strutture associative, non aiutati né incentivati da leggi o istituzioni.

Queste riflessioni non tolgono nulla alle serie responsabilità del sistema scuola, di molti dirigenti scolastici, docenti, sindacalisti e funzionari che hanno evitato i cambiamenti necessari in questi anni per affrontare il drammatico e inesorabile distacco della scuola dal mondo del lavoro, della scuola dal mondo reale, distacco che inizia fin dalle elementari, peggiorando nelle medie e acuendosi nelle superiori.

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