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SCUOLA/ La formazione dei giovani e le 7 cose che Squinzi non ha detto

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Giorgio Squinzi (Infophoto)  Giorgio Squinzi (Infophoto)

1. Il 23 maggio scorso a Roma, in occasione dellAssemblea generale di Confindustria, il presidente Squinzi si è anche occupato di scuola. Dopo aver affrontato le emergenze industriali e passato in rassegna le richieste al governo ed alla politica, percorrendo tutti i settori pubblici dove necessitano riforme e cambiamenti, giunge alla fine dell’elenco a parlare di istruzione e di scuola. Un po’ come quando il quotidiano di Confindustria, nell’ultima e penultima pagina, si occupa di scuola.

Sul tema, Squinzi riprende un dato comune ricordando che “il capitale di conoscenza accumulato in Italia attraverso l’istruzione è sensibilmente inferiore a quello dei nostri concorrenti europei, degli Stati Uniti e di molti paesi emergenti”. Rispetto alle cause di questo ritardo si limita a segnalare giustamente che “il conto della cattiva istruzione non lo pagano i cattivi docenti, ma i nostri giovani. L’egualitarismo di facciata, il dibattito manicheo e il sistematico pregiudizio nell’ignorare la domanda di competenze del sistema produttivo sono ormai anacronismo puro”. La delusione arriva quando passa a impegni o proposte, sostenendo che “dobbiamo migliorare il nostro sistema educativo e aumentare l’offerta di tecnici diplomati e laureati, in materie scientifiche in primo luogo”. Immediatamente dopo sembrerebbe tirare in ballo una responsabilità diretta del mondo dell’impresa, purtroppo subito indirizzata al di fuori di esso, sostenendo che “noi per primi dobbiamo contribuire a cambiare questi atteggiamenti con una visione e un progetto non rituali sulla scuola e sull’educazione, all’altezza dei tempi e di un mondo che diventa più grande, mobile e veloce”.

2. Purtroppo, è un’altra occasione persa nel sistema impresa Italia e un’altra conferma (nonostante impegni e buona volontà di qualche isolato esponente nazionale o locale) della bassa sensibilità di quel mondo al problema scuola e istruzione in genere.

In questo, con buoni compagni di strada nella politica, che anche in questi mesi hanno mostrato in vari documenti ufficiali (di entrambi le parti, tranne Movimento 5 Stelle che non ne parla neppure) di non annoverare scuola e istruzione neppure tra le prime famose “otto emergenze” nazionali. E’ curiosa la cosa, soprattutto perché gli uni (imprenditori) e gli altri (politici) da qualche tempo accennano a guardare ai sistemi francese e tedesco con più attenzione. Sistemi dove la disoccupazione giovanile (a partire dai 16 anni), ad esempio in Germania, è al 7% a fronte del 38% dell’Italia.

Purtroppo accade che chi guarda a quei modelli riveli una discreta ignoranza del fatto che essi debbono molta delle loro fortune economiche ad un sistema di istruzione e formazione al lavoro molto avanzato, con diretta e concreta implicazione (cioè assunzione diretta di responsabilità) degli imprenditori nell’organizzazione del sistema istruzione, specie laddove è finalizzata alla formazione al lavoro, ai mestieri ed alle professioni. 



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