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SCUOLA/ Università o lavoro? Istruzioni per "liberarsi" dei genitori

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In un articolo, apparso qualche mese fa su un quotidiano nazionale, leggevo: “Lavoro o università? A volte sceglie la vita, altre l’ereditarietà, poche volte la passione. Ragazzi disorientati, intelligenti e persi, non per colpa loro. Immersi in un mare di consigli per la scelta, con luccicanti gadget di atenei griffati e pochi punti di riferimento importanti. Gli studenti che terminano l’esame di maturità sono poco abituati a costruire, se non certezze per il proprio futuro, almeno a guardarsi allo specchio. Spesso prevale la decisione di seguire gli amici, non i propri reali interessi e la propria personalità. Eccessivo, poi, il peso delle famiglie, che nella maggioranza dei casi si affidano a convincimenti vecchi e superati dalla realtà attuale, diversa rispetto a quella delle passate generazioni”.

Sono riflessioni che inducono una volta di più ad affrontare il tema dell’orientamento che forse ora riveste, rispetto al passato, una maggiore rilevanza. Agli interrogativi che da sempre accompagnano le ragazze e i ragazzi al termine della scuola superiore (proseguire gli studi o intraprendere un’attività lavorativa? E se si decide di studiare, quale corso scegliere, a quali criteri ispirarsi?) si aggiungono ora nuovi dubbi e incertezze. Uno su tutti: vale ancora la pena iscriversi all’università?

Non c’è quotidiano che non dedichi spazio al tracollo degli iscritti nei nostri atenei o al crescente numero di disoccupati tra i laureati, quasi insinuando, in modo strisciante, il messaggio, quanto mai pericoloso, dell’inutilità della laurea. Pericoloso perché il nostro paese, secondo i dati Eurostat, presenta un dato preoccupante: se la media dei laureati europei, nella fascia d’età tra i 30 e i 34 anni, è del 34,6% rispetto al totale di quelli che conseguono il titolo, con Regno Unito, Francia, Spagna e Germania ai primi posti, l’Italia occupa l’ultimo posto con il suo 20% e di fronte all’obiettivo europeo di raggiungere nel 2020 la percentuale del 40% dei laureati, l’Italia ha saputo garantire solo un imbarazzante 26-27%. 

Questa analisi rende ancora più necessaria l’attuazione di buone politiche orientamento in grado di aiutare i ragazzi a riflettere sul proprio futuro, accrescendo la fiducia nello studio come strumento di crescita individuale e di progresso sociale. Le ricerche degli ultimi anni hanno evidenziato che a fronte di un aumento quantitativo delle informazioni fa da contraltare una riduzione di attenzione verso la qualità delle stesse. Pressioni culturali, sociali e familiari interferiscono con la capacità dei giovani di prendere in esame la propria situazione, aumentando di fatto la loro insicurezza e rivelando la carenza dei processi orientativi che pongano al centro il vero e l’unico soggetto meritevole di attenzione: lo studente. 



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